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11 agosto 2014

Soffrire non dà diritto al fiocco rosso


Non voglio pietà né comprensione per il dolore che ho provato. Si soffre tutti, non c'è nulla di speciale.
Ognuno ha un suo destino, ognuno ha i propri nodi da sciogliere e, in questo contesto, soffrire è un percorso naturale tanto quanto respirare.
Non voglio pietà né compassione: il mio dolore è una cosa di cui parlo come un dato di fatto, senza sfumature qualitative o rivendicative.
Quindi non guardarmi con quello sguardo apenado. Perché, prima o poi, mi costringerai a cavarti gli occhi.

13 ottobre 2012

Questa parte di mondo

Guardo il cielo grigio di Lima, grigio da mesi, mi sento stanca e mi chiedo come ho fatto a resistere a tutto, a tutti, alle situazioni, agli accadimenti, alle emozioni forti, alle delusioni, ai dispiaceri...
Come resisto?
Forse è perché sapevo fin dall'inizio che sarebbe stato solo per un anno, che a un certo punto avrebbe avuto una fine.

A pensarci bene, è la stessa attitudine con cui dovrei affrontare ogni accadimento della vita.




[...] sola, trascinando coraggio
consapevole che non basterà
cercherai, sceglierai ogni giorno
come vivere.

Questa parte di mondo che cosa ti offre
quale buona occasione,
quale consolazione
tra le storie d'amore e le loro bugie
c'è qualcosa che rimane non detto
come un velo tra i tuoi occhi ed il mondo
questa parte di mondo...

23 giugno 2011

Le persone non sono miniere

È proprio il concetto alla base ad essere sbagliato, quello di "prendere". Non si possono (o meglio, non si dovrebbero) trattare le persone come miniere, come giacimenti di materie prime da sfruttare: si estrae quello che si può e si vuole estrarre e poi si abbandona il terreno, sfregiato, ferito, sconvolto, spogliato.

Tutto ciò è aberrante ed ancora più osceno quando lo si fa con "l'innocente" convinzione che comportarsi così non solo sia un piacere che reca vantaggi, ma, alla luce dell'augusto, irrinunciabile imperativo "ogni lasciata è persa", che sia anche giusto e doveroso.

Ancora una volta, mi schifo dell'egoismo delle persone.

26 maggio 2011

L'Altro è un kleenex - usalo e poi gettalo

Non ho mai creduto al reciproco sfruttamento.
O meglio, al suo essere realmente fruttifero nel lungo periodo.

So che la vita (come ciclo di nascita, vita e morte) è basata sulla disuguaglianza.
Pensando a questo concetto, me lo sono sempre immaginato come il principio fisico dal quale nasce il vento: correnti di aria fredda che spingono correnti di aria calda che si raffreddano, poi si scaldano di nuovo, dando vita a un ciclo continuo, generando movimento.

Di fatto, in natura, la disuguaglianza genera vita.
E so di non aver scoperto l'acqua calda, so che prima di me persone di ben altro calibro hanno filosofato sul tema, a cominciare da Eraclito, per esempio.

In ogni caso, quello su cui volevo concentrarmi, è che in certa misura la disuguaglianza è indispensabile, non è né utile né auspicabile l'omologazione. Anche i biologi lo sanno bene: è la diversificazione che permette l'evoluzione.

Ma a tutto c'è un limite.

Lo sfruttamento fa parte di quella logica capitalistica che ha dimostrato e continua a dimostrare i propri limiti, la propria fallibilità e la propria inadeguatezza. Sfruttare fornisce dei benefici nell'immediato, ma non è un'azione ecologicamente sensata.

Si parte dallo sfruttare le persone che ci stanno a fianco, prendendo quello di cui abbiamo bisogno, sia materialmente che simbolicamente, approfittiamo della bontà e della disponibilità, individuandole come debolezze e come comportamenti sciocchi, piuttosto che come ricchezze e risorse per la società nel suo complesso. Seguiamo poi sfruttando l'ambiente nel quale viviamo, autoconvincendoci dell'inesauribilità delle risorse che usiamo. E terminiamo vivendo secondo un modello biologicamente, ecologicamente, umanamente ed emozionalmente insostenibile.

Molto si sta scrivendo e dicendo riguardo alla sostenibilità dell'attività umana e dei nostri stili di vita, ma non mi risulta che nessuno si sia preso la briga di registrare il fatto che nemmeno il tipo di relazioni che abbiamo imparato a considerare come "normali" (se vogliamo usare un termine che non mi piace per niente, ma che non riesco a sostituire con un altro, senza ingarbugliare il discorso), sono sostenibili.

Sfruttare il prossimo, prendere finché ce n'è e finché si può, fino a inaridire l'altro, a lasciarlo sterile come un campo seminato e arato troppe volte, soddisfa le proprie rapaci necessità nell'immediato, ma ha l'inconveniente di annientare la fonte di soddisfazione dei bisogni/necessità medesima. Perciò, anche con gli altri esseri umani, facciamo quello che abbiamo fatto per anni come specie: succhiare il midollo delle cose fino a non lasciare più nulla, per poi spostarsi altrove, verso lidi più favorevoli, verso nuove terre vergini da spolpare.

Non credo che la definizione di virus sia molto lontana dall'identificare ciò che siamo.

Nonostante l'imbarazzante e dolorosa realtà delle cose, continuo a credere in una certa superiorità non tanto del cervello umano, quanto della volontà che ciascuno di noi può esercitare sulle proprie azioni, autobbligandosi a compiere certe scelte e certe azioni piuttosto che altre.

Certo, la maggior parte delle persone mi risponde con una serie di "ma", il più assurdo dei quali è "ma alla fine l'essere umano è questo" o anche "l'essere umano ha istinti animali ai quali non è possibile sottrarsi".
E di solito sono gli stessi strani figuri che sbandierano la (presunta) superiorità dell'essere umano su tutti gli altri viventi, in quanto dotato di intelligenza e di coscienza.
Tutto ciò mi sembra per lo meno incoerente: punto primo, l'essere umano non è innato, l'essere umano, postulando che sia DAVVERO un essere dotato di coscienza e intelligenza, può essere QUASI tutto ciò che vuole, o per lo meno, esercitare la propria capacità di discernere, fatto che vincola indissolubilmente l'operato di ciascuno di noi al concetto tanto ignorato (non tanto in teoria, quanto nella pratica) di responsabilità.
È una parola, questa, che andrebbe tatuata in fronte (metaforicamente parlando) ad ogni nuovo essere umano che si affaccia alla vita.
Dovrebbe essere una parola talmente radicata e interiorizzata dentro di noi, da non poter essere nemmeno distinta dal resto del nostro essere più intimo, dalla nostra essenza più vera.
Attenzione a non confondere le carte in tavola e a mettere in relazione il concetto di responsabilità con quello che una certa cultura cattolico-clericale ci ha abituato a pensare come naturale conseguenza, o sia quello di colpa: lungi da me e dal significato con il quale intendo esporre questa mia idea.
La responsabilità ha tutta un'altra valenza, affonda le radici in quella che è terra fertile per qualunque essere umano: l'amore e il rispetto.
Dall'amore e dal rispetto per noi stessi, per l'Altro, per l'ambiente nel quale viviamo, per le altre forme di vita con i quali lo condividiamo, ecc…
Il concetto di responsabilità è ancora più affascinante e profondo, se pensiamo che è legato a doppio filo con la nostra libertà di scelta: in certo grado, siamo liberi di scegliere una strada piuttosto che un'altra, o una persona, una maniera di comportarsi, ecc... Se pretendo che si rispetti la mia sacrosanta libertà di scelta, non posso poi sottrarmi alle responsabilità che questa comporta, o ai danni prodotti da una mia azione liberamente intrapresa. Non posso perché vado a interferire con l'altrui libertà e perché ogni diritto comporta anche un dovere (o più).
Per essere davvero liberi, non c'è altra via che quella di essere anche assolutamente responsabili. La responsabilità ci renderà liberi, perché se ce ne assumiamo il peso, nessuno potrà più attaccarci in maniera giustificata e non dovremmo più vivere con lo spettro della fuga e della sottrazione.

Punto secondo, se l'essere umano fosse davvero un essere superiore agli altri viventi, riuscirebbe per lo meno a fare quello che questi ultimi riescono a fare con il semplice istinto: vivere in equilibrio e armonia con il mondo che lo circonda e senza consumare più del necessario, senza razziare, senza uccidere o torturare per il gusto di farlo. Tutte queste azioni, non apportano nessun avanzamento a livello di specie, perciò, concretamente parlando, sono azioni non solo inutili, ma dannose.

Il riferimento all'istinto, ci porta direttamente al terzo punto: chi sostiene che alcune delle azioni negative dell'essere umano siano riconducibili a un "istinto animale" difficilmente controllabile, spesso sono in malafede e usano quest'argomentazione solo per sfuggire, per l'appunto, alle proprie responsabilità. L'istinto animale non giustifica il 90% delle azioni negative che associamo ad esso, poiché quest'ultime si rivelano irrazionali per il benessere della nostra specie (approfitto per ricordare che "istintuale" non è sinonimo di "irrazionale", come ci siamo abituati a dire), quindi vanno anche contro l'istinto animale stesso. Inoltre, se assumiamo che l'essere umano, rispetto agli altri animali, è anche un soggetto intelligente, cosciente e pensante, non possiamo poi nasconderci dietro il paravento dell'istinto. Se il cervello umano, se la sua volontà, hanno un qualche potere, non ci si può poi sottrarre alle responsabilità che questo potere comporta.

Sfruttare non solo è controproducente e dannoso, è anche triste: sfruttano solo coloro che non sono capaci di generare, di dare la vita.

E voi, sarete tra coloro che sanno/vogliono/riescono a creare, a generare e a dare o vi limiterete ad essere tra coloro che non fanno altro che prendere e distruggere, come i parassiti?

Voi, cosa-chi-come volete essere?

27 gennaio 2011

Signorina Meloni

Qualche commento sulle edificanti dichiarazioni del ministro Giorgia Meloni in merito all'occupazione giovanile, lette in quest'articolo di Repubblica:

I giovani rischiano di andare in pensione con un'indennità da fame? I genitori la smettano di regalare auto ai figli laureati, e ai neodottori offrano piuttosto il riscatto dei contributi relativi agli anni dell'università.

Gentilissima signorina Meloni, i miei genitori non mi hanno regalato nessuna macchina. È già tanto che siano riusciti a pagarmi gli studi.

Il corso di laurea intrapreso è sbagliato rispetto alle esigenze del mercato,

signorina Meloni, francamente me ne infischio. Il "Mercato" (e lo scrivo con la maiuscola come si scrive Dio, perché praticamente è la stessa cosa) incide già a sufficienza sulle vite di tutti noi, impedendoci di essere liberi. Nemmeno la libertà di studiare qualcosa che ci piaccia realmente e che ci faccia sentire realizzati ci vuole lasciare?

il ragazzo non trova lavoro? Accetti un contratto d'apprendistato e impari un mestiere. Soprattutto, sia umile: i giovani italiani soffrono di "inattitudine all'umiltà".

E immagino che ce la voglia insegnare lei, signorina Meloni, insieme ai suoi colleghi ministri, l'umiltà, nevvero?
Inoltre, perché mai un laureato, dopo aver speso tempo e denaro per ottenere il benedetto foglio di carta (che, pur non valendo una cippa, si spera gli dia qualche chance in più per trovare lavoro) dovrebbe andare a pulire pavimenti (con tutto il rispetto per chi pulisce pavimenti, che è un nobilissimo e utile lavoro, senza il quale vivremmo tutti nella me..a), mentre lei, per esempio, signorina Meloni, con un diploma di liceo linguistico sta a beccarsi il suo bello stipendio (e si beccherà anche la sua bella e rapida pensione) da ministro? Perché non si accontenta lei, che è così umile, e va a fare uno di quei lavori che spezzano la schiena?

Occorre scardinare il sistema Italia, fare una rivoluzione culturale che sia in grado di tirarci fuori dal '68, abbattere i privilegi acquisiti e adeguare la società al mercato del lavoro che cambia.

Mi sorge un dubbio: non è che con "privilegi acquisiti" intende, per esempio, il diritto del figlio dell'operaio a diventare medico, se lo desidera?


In Italia sembra esistano solo i bamboccioni. Conosco invece tantissimi ragazzi e ragazze che non solo studiano, ma lavorano anche, a volte dedicandosi addirittura a due lavori contemporaneamente e che si massacrano per non pesare sui genitori, per prendere un pezzo di carta che permetterà loro di accedere ad un radioso futuro di mini-contratti a tempo determinato, di convivenza con i genitori fino ai 30 anni (quando va bene), senza possibilità di fare un mutuo, una famiglia, per non parlare poi della pensione.

Quindi, si sciacquino la bocca, questi politici senza vergogna, che non hanno la minima e sottolineo MINIMA idea di quello di cui parlano, perché totalmente slegati dalla realtà e da quello che succede nel paese reale, alle persone vere, che lavorano DAVVERO per guadagnasi il pane, non come questi parassiti che hanno interi parchi di alberi che producono zecchini d'oro, che si arricchiscono senza fare una beata mazza dalla mattina alla sera.

I richiami all'umiltà e allo stringere la cinghia fatti da questi pidocchi arricchiti senza merito né qualità umana alcuna, da questi parassiti la cui preoccupazione più grande è cosa indossare per il brunch, mi fa sempre montare una rabbia cieca.

Sogno un mondo in cui questa marmaglia andrà a lavorare in miniera, per apprendere quanto duri possano essere il lavoro e la vita e in cui i minatori saranno al governo.

25 gennaio 2011

De vuelta

È una meraviglia quando la voglia di esprimersi e di dire le cose torna.
Quando la voglia di vivere torna.
Quando il mondo ti sembra un immenso buffet e non sai da che parte farti per cominciare.

Miliardi di idee e progetti che ti affollano il cervello.
Così tanti stimoli da sentirti sotto elettroshock.
Così tante ore dense da toglierti il respiro.
Cose da fare, idee da concretizzare, progetti da attuare e poco, troppo poco tempo per farlo.

Ma va bene così.

Va bene quando il sociale, l'arte, il lavoro, la voglia, il desiderio, le azioni, l'amore, tornano a mischiarsi.

Il mio cervello, il mio cuore, il mio corpo, sono in ebollizione (più del solito, intendo).
Sono un vulcano in procinto di eruttare fiumi di lava incandescente.
Siete avvisati.

23 dicembre 2010

La magia del Natale è andata


C'era una volta una bambina di nome Gaia, la cui festa preferita era il Natale.
Amava l'atmosfera, l'attesa, la luce calda delle candele, su tutte la Berta, la grassa e vecchia candela rossa e verde che dominava la tavola della zia la sera di Vigilia, il Babbo Natale finto che "non dirlo ai cuginetti più piccoli che te sei grande e hai la responsabilità di mantenere il segreto", le pantagrueliche cene coi parenti, i crostini neri, i tortellini in brodo, le tombolate e il babbo che ogni hanno comincia gridando "unino" appena copre il primo numero, la Messa di Mezzanotte con la mamma che si rifiuta di andare, ma alla fine si lascia convincere dagli altri parenti, lo zio e i cugini che chiedono "Gaiottela, come stai?".

Amava le farfalle allo stomaco che svolazzavano nell'attesa prima del 24, poi di vedere i cugini e gli zii, poi di Babbo Natale.

Amava essere svegliata il 25 mattina col bacio della mamma e del babbo che venivano ad alzare lei e il fratello che dormiva nel letto accanto, le colazioni col pandoro, le tovaglie rosse di carta, l'albero di Natale con le lucine lampeggianti, i gatti che rosicchiavano tutti i pacchetti e i nastri colorati, le strade semideserte il giorno dopo, l'aria di magia che permaneva per tutta la durata di quei 2 giorni di attesa e amore.

Adesso, a 25 anni, Gaia ha il Grinch come avatar su FB e riesce solo a pensare all'orgia consumistica che viene messa in atto nel mese di dicembre con intensità maggiore rispetto al resto dell'anno, all'ipocrisia di dover essere per forza buoni e amabili, anche con quelle persone con cui s'intrattengono rapporti due volte l'anno, se va bene.

Oggi, arrivata al suo venticinquesimo Natale, Gaia si rende conto di essere invecchiata, perché non riesce più a vedere la magia del Natale e invece vorrebbe tanto tornare a farlo.

01 novembre 2010

La tana del Bianconiglio

Vedendo, leggendo, ascoltando, guardando, sentendo, avvertendo fin nella pelle tutto l'orrore del mondo, tutte le cose malefiche che accadono ogni secondo in ogni angolo del pianeta, mi chiedo (a parte il senso - questione atavica che rimarrà sempre insoluta) perché mi sono andata a scegliere un percorso di vita e di lavoro che non fa che immergermi sempre più profondamente nel viluppo della disuguaglianza, del dolore, dell'aberrazione.

Una volta che cadi nella tana del Bianconiglio, non ne puoi più uscire: continui a precipitare, senza mai toccare il fondo, che si impara presto che c'è sempre da scavare più in basso. Allo stesso modo, una volta che ci si sia affacciati su certe scomodissime realtà, che mettono a nudo anche certe nostre inadeguatezze, le nostre colpe di "uomini bianchi", di "occidentali", di privilegiati, non è più possibile ignorarle, per quanto certe volte, egoisticamente, vorremmo tornare a farlo, scegliendo la pillola blu, invece della rossa.

Perché è troppo, troppo per chiunque, vivere nella perpetua e costante certezza che la vita è crudele, che la nostra esistenza e il nostro sviluppo sono basati sull'ingiustizia, la disuguaglianza e lo sfruttamento, che la morte è una condizione quasi più umana della vita stessa. È dura accettare di essere (anche) dalla parte del male.

L'unica spiegazione che riesco a darmi, è che ho sempre voluto conoscere, sapere il perché delle cose. Non posso quindi lamentarmi se in questo continuo viaggio, in questa convulsa e angosciante ricerca di senso che la mia specie si porta dentro (e che forse un giorno sarà la causa della sua estinzione), quello che emerge mi fa star male: non è altro che realtà, nuda e cruda. La realtà delle cose è questa ed è inumana (o forse profondamente umana, a seconda dell'essenza che attribuiamo al genere).

Io non posso far altro, in maniera altrettanto istintiva, che provare ad essere una di quelle gocce nel mare a favore del buono che esiste su questa terra, in mezzo a questi sei miliardi di persone.

Non è voglia di sentirsi migliori, non è tentare di lavarsi la coscienza: è una necessità impellente.

05 aprile 2010

Di male in peggio


Dopo questo capolavoro, il signor Fini rincara la dose:

VIVA LE DONNE
di Massimo Fini

Ho scritto che le donne “sono una razza nemica”. Non mi sono mai sognato di dire che siano inferiori a chicchessia. Se la lettrice Cristina Di Bortolo avesse letto il mio articolo con “un minimo di cervello” avrebbe capito che, al contrario, considero la donna, meglio: la femmina, molto più vitale del maschio. È lei, che procrea, la protagonista del gran gioco della vita (quello reale, non quello virtuale) mentre il maschio è un fuoco malinconico e transeunte animato da un oscuro istinto di morte (“La donna è orgiastica, baccante, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale”). La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte (il contrasto tra Antigone e Creonte in Sofocle). Non a caso nella tradizione kabbalistica, e peraltro anche in Platone, quando l’Essere primigenio, dopo la caduta, si scinde in due la Donna viene definita “la Vita” o “la Vivente” mentre l’Uomo è colui che “è escluso dall’Albero della Vita”. È per riempire questo vuoto, per sopperire a questa impotenza procreativa (“l’invidia del pene” è una sciocchezza freudiana), che l’uomo si è inventato di tutto, la letteratura, la filosofia, la scienza, il diritto, il gioco regolato e il gioco di tutti i giochi, la guerra, che però oggi ha perso quasi tutto il suo fascino perché affidata alle macchine e anche perché in campo han voluto entrare pure le stronzette che pretendono di fare i soldati e vogliono fare, con i loro foularini, le corrispondenti di guerra (Ma state a casa, cretine, a fare figli. L’interesse della donna per la guerra è una perversione degli istinti. La donna, che dà la vita, non ha mai amato questo gioco di morte, tipicamente maschile. Ma ormai così è: le più assatanate guerrafondaie di questi ultimi anni sono state la Albright, Emma Bonino e quella pseudodonna e pseudonera di Condoleezza Rice). Della vitalità della donna fa parte anche la sua curiosità. Che può avere conseguenze catastrofiche. Ma è mai possibile che con tutte le mele che c’erano lei sia andata a mangiare proprio quella che Domineiddio aveva proibito? (da lì sono cominciati tutti i nostri guai, porca Eva). Comunque sia è vero che da quando si sono “liberate” si sono appiattite sul maschile, diventandone una parodia, e insieme alla femminilità hanno perso anche il loro fiore più falso e più bello, il pudore, per il quale valeva la pena, appunto, di corteggiarle. Han perso la sapienza delle loro nonne alle quali bastava far intravedere la caviglia. Rivestitevi, sciocchine. All’uomo non interessa la vostra nudità, ma scartocciare, lentamente, la colorata e inquietante caramella anche se, alla fine, c’è sempre la solita, deludente, cosa. In quanto a Lisistrata, cara Truzzi, il suo sciopero del sesso fallì completamente. Perché le spose dei guerrieri continuarono a fare i consueti lavori di casa. Essere accuditi senza nemmeno avere l’obbligo di scoparle: l’Eden ritrovato. Inoltre ogni maschio bennato di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra (e persino il calcio, che ne è una metafora). La lettrice Roberta Pesole mi confonde con quei nove milioni di uomini che, dice, vanno a puttane. Posso rassicurarla, nel mio “Di(zion)ario erotico-Manuale contro la donna a favore della femmina” ho scritto “pagare una donna per fare l’amore, c’è qualcosa di più insensato? Ma come, io faccio la fatica di scoparti e ti devo pure pagare? Ma siamo diventati matti?”. Infine nella mia vita ho conosciuto molte donne intelligenti, ironiche e anche autoironiche. Ma nessuna che non fosse permalosa. Come la valanga di insulti che mi è stata rovesciata addosso dimostra.

(http://marcotravaglio.mastertopforum.net/-vp61005.html?sid=5f430778605710fa4a28d618b106ebd9#61005)

Quello che mi schifa di più, più delle ciance di questo "signore", sono i commenti a fondo pagina di certi individui, che dimostrano quanto ancora viviamo in una società troppo razzista e sessita.

Ringrazio invece quanti, uomini e donne (e non maschi e femmine), esprimono ancora le proprie opinioni in maniera educata, ponderata e critica, quanti non si lasciano tirare dentro il trito e squallido gioco del "noi contro voi" (qualunque siano i "noi" e i "voi").

Tra parentesi, ho provato davvero forte imbarazzo per Antonio Padellaro (direttore de "Il Fatto Quotidiano") leggendo le ultime righe del suo articolo del 3 aprile, nelle quali fa riferimento alle reazioni suscitate da Fini.

A proposito, se dico che Fini deve farsi curare da un bravo psichiatra perché rappresenta palesemente un caso freudiano di omosessualità repressa e odio verso le donne a causa di rapporti difficili con la madre, dite che è un'offesa o una semplice opinione?
Secondo me, se si offende, è solo perché è permaloso.

03 aprile 2010

Leggendo l'AnteFatto...

di Massimo Fini


Premessa: Provocazione o no, quest’uomo è da denuncia, per l’articolo in generale, ma soprattutto per la frase “E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.” Grazie signor Fini per le sue sagge parole.
A tutti coloro che concordano con questo signore, segnalo anche una lettura interessante, una tra le tante che potrebbe renderli persone migliori: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070221_00/


Trovo che continuare con questo gioco sfiancante del “noi” e “loro” adattato a qualsiasi occasione, sia inutile, senza scopo e davvero pesante.

Non esiste il “donne” contro “uomini”. Esistono gli esseri umani e nessun essere umano potrà essre mai perfettamente buono o pefettamente cattivo.

Tralasciando tutte le affermazioni contestabili del post, vorrei solo far notare che tutto ciò non ci porta da nessuna parte: non ci porta alla reciproca comprensione, all’amore, alla felicità, a nulla. Nemmeno a una riflessione critica, se questo era l’intento. Si risolve tutto ancora una volta nella solita rissa da bar all’italiana, nelle tifoserie da stadio (con tutto il rispetto per bar, tifoserie e stadi).

È così che volete vivere?
Contenti voi…

Dichiarazioni che passano quasi inosservate


Tralasciando il gravissimo problema della concezione da medio evo della donna, che ancora una volta traspare dalle parole dell’ennesimo stronzo e sul quale potrei scrivere un trattato, vorrei far notare anche un’altra cosa: lo stupro è un’azione spregevole compiuta su qualcuno che non è consenziente. Cicchitto ci sta quindi dicendo che le elezioni in Piemonte sono state vinte da Cota contro la volontá della maggioranza dei cittadini piemontesi? Allora sta affermando anche che ci sono irregolarità nel sistema elettorale in Italia (ma veramente?!…).

Viviamo in un paese che segue le elezioni come fossero una telecronaca calcistica (ma senza la stessa passione), che si ostina a dire che le donne hanno raggiunto la parità, quando nella realtà dei fatti sono più discriminate di qualsiasi altro individuo oggetto di discriminazione e che vota determinati individui solo per tornaconto personale, perché gli perme di evadere le tasse, di commettere abusi edilizi, di sguazzare nelle pozze paludose del quasi-lecito… in una parola, di fare il cazzo che vuole in spregio alla legge e agli altri individui che fanno parte della società.

Italian pride.

25 marzo 2010

El Día de la Mezcla


In questi giorni non riesco a pensare ad altro che a Bilbao e a Madrid, come se fossi ancora e già lì.

Non so spiegarmi quando è successo, quand'è che mi sono svegliata e tutto mi è sembrato così strano, così fuori posto, da farmi chiedere "che ci faccio qui?".

Eppure mi mancava la mia casa.
Ma adesso non so più se c'è un luogo al mondo che io possa chiamare così e non so nemmeno se lo voglio.

Ciò che conta me lo porto dentro al cuore e il cuore, si sa, è precario, un posto fisso non ce l'ha. Non ha radici e mi fa volare alto, batte dentro me e mi strattona in 100 direzioni diverse.

Passo le mie giornate a ricordare com'era essere lì e a pensare a come sarà quando ci tornerò. Vivo già là, ma sto ancora qua.
Un piede in Italia, l'altro in Spagna.

I giorni passeranno, gli ostacoli anche e presto sarà tempo di partire.

E sarà un giorno di gioia, di frenesia, di dolore e di paura. Sarà il Giorno della Mezcla, quello che ci fa rivoltare lo stomaco a viverlo e ci riempie di amore e nostalgia a ricordarlo.

Presto sarò di nuovo Altrove.


La colonna sonora adeguata sarebbe stata "Eléctrico" di Alis, ma non la trovo da nessuna parte sul web. Se qualcuno fosse più informato di me, me la segnali, grazie!

Y ahora regreso como el mar a la orilla que me espera...

16 marzo 2010

Due minuti d'odio

Quando sento parlare di Italia che ama e Italia che odia, di Partito dell'Amore contro quello dell'Odio, non so come mai, ma mi viene sempre in mente questa scena, che mi rende abbastanza nervosa.

Sono l'unica ad aver notato la spaventevole somiglianza?

12 dicembre 2009

10, 100, 1000 ragazzi con la papala verde


Ci sono cose che fanno bene al cuore, cose che rinnovano la fiducia costantemente frustrata nel genere umano.
Allora bastano una frase, due parole, per farmi cambiare umore, per far cambiare il tempo, l'aria che diventa più leggera e pulita, il sole che brilla più di prima e il sorriso che mi porto stampato in faccia per strada, bello e strafottente come a dire "Tiè, oggi sono felice e sai che mi frega se pensate che sia scema!".

Basta un ragazzo in fila alla cassa, che mi fa passare avanti perché tanto "ho poche cose".
Basta che un'altra signora, che ha ricevuto la mia stessa gentilezza, incredula, gli dica grazie mille volte, ripetendolo come un mantra, e che lui, semplicemente, risponda, senza traccia di compiacimento: "Per me quello che conta è la dimensione umana. Io non ci so stare tutti armati, gli uni contro gli altri".
E l'ha detto così, col suo cestello della spesa aggrappato a un braccio e la sua papala di lana verde,, il sorriso di traverso, che mi è venuta voglia di abbracciarlo e invitarlo a prendere un caffè.
L'avrei anche fatto se non fossi così timida e impacciata.

E' bellissimo scoprire così, all'improvviso, in una giornata qualsiasi, quando non te lo aspetti, che ci sono persone del genere, che esistono davvero, che non le inventano solo per le storie a lieto fine.
Grazie, grazie di esserci.

Ti auguro tutto il bene del mondo, ragazzo con la papala verde.

11 ottobre 2009

Post-Videocracy

Ieri sono stata a vedere Videocracy al Quattro Fontane, l'unico di 2 cinema in tutta Roma che ancora lo dava (è uscito da solo una settimana, n.d.a).
Una delle scene più rappresentative, secondo me, è quella di Corona che, nudo davanti allo specchio, si passa la crema ovunque, uccello compreso.
Oggettivamente, non ci viene raccontato nulla di nuovo, ma sia il montaggio che le scene grottesche di culi-tette-persone oscene della politica e dello spettacolo mandate a loop, ti fanno uscire dalla sala con la nausea.
Come mi capita sempre quando apprendo informazioni di questo genere, mi sono chiesta quello che si chiedono un po'tutti all'estero: ma come fanno gli italiani a votarlo ancora? Come può quell'uomo avere ancora tanto consenso, dopo tutto quello che ha combinato?!
E secondo me la risposta migliore l'ha data Giovanni De Mauro su Internazionale:

"Un sondaggio Ipsos di qualche settimana fa confermava tre dati interessanti.

Il primo è che in Italia il 54 per cento delle persone si informa prevalentemente attraverso la televisione (il 25 per cento con i quotidiani, il 12 su internet e il 3 con la radio). Il secondo è che il 53 per cento degli italiani considera i mezzi d’informazione molto o abbastanza autorevoli, mentre il 41 pensa che non lo siano. Il terzo è che le persone convinte dell’autorevolezza dei mezzi d’informazione sono le stesse che guardano la tv, e appartengono ai ceti più popolari.

L’aspetto preoccupante di tutto questo è che la spaccatura del paese sembra essere più profonda di una semplice divisione tra nord e sud, ricchi e poveri o destra e sinistra. È una frattura narrativa: gli italiani sono convinti di guardare tutti lo stesso film, ma i film sono due – uno raccontato dalla tv, l’altro dal resto dei mezzi d’informazione – e i personaggi e la storia sono molto diversi. Il rischio è che le due Italie non riescano più a parlare tra loro perché non condividono più la stessa realtà, e forse neanche le parole per definirla."


29 settembre 2009

Il popolo delle libertà

Viviamo in un epoca dove uno dei termini più (ab)usato è libertà.
Perseguirla in qualsiasi campo è l'obiettivo che si prefiggono tutti, la meta verso la quale tutti corrono e per la quale s'impegnano. Questo almeno a parole.
E' innegabile che siamo più liberi di tante altre persone, che non stiamo rivivendo gli avvenimenti di 70-80 anni fa (anche se potremmo aprire un interessante capitolo sul concetto di autoritarismo) e che in generale la nostra società ha sdoganato molti usi e costumi che un tempo venivano censurati o autocensurati, ma più mi guardo intorno e dentro, più vedo che siamo schiavi.
Tralasciando tutte le implicazioni politiche di quello che sto dicendo, che potrebbero tranquillamente costituire il tema di un trattato di politologia o di sociologia, mi soffermerei invece sul lato privato, intimo e personale della questione, per esempio quello dei rapporti interpersonali.

Proprio da qui è partita la mia riflessione, osservando come la maggior parte delle persone non voglia legarsi "troppo" a un'altra per paura che questa costituisca un limite alla propria libertà.
Ci avviciniamo all'altr@, ma mantenendo la distanza di sicurezza. Frequentarsi, ma non troppo. Amare al 40%, come Pina Sinalefe.
Ci sono un sacco di regole in questo tango sbagliato, dove le persone, invece che adattare un corpo all'altro, anca contro anca, trovando quell'equilibrio d'insieme che ti permette di ballare, si scontra, si respinge e va a finire fuori tempo.

Non si può dire "stiamo insieme", ma "ci frequentiamo".
Non si possono fare progetti che vadano oltre il mese. Niente progetti a lungo termine, quelli sono da allarme rosso.
Niente "ti amo". E anche il "ti voglio bene" certe volte è fuori luogo.
Però il sesso va bene, e se si fa in abbondanza ancora meglio. Per quello non ci sono né limitazioni né controindicazioni, basta che sia sesso libero e senza promesse o sottointesi.

Ovviamente questi sono i casi limite, lo sappiamo, ma quanta gente avete incontrato così? Io molta e sempre in numero crescente, purtroppo. Sempre più persone che la pensano e si comportano così, convinti che questo significhi essere liberi e difendere la propria libertà.

E invece per me non sono mai stati più schiavi di così. Li osservo, mi osservo e penso che mi fanno pena, che mi mettono tanta tristezza.
Perché non sono liberi e fanno sì che nemmeno io sia libera: di dare un bacio se ne ho voglia, o un abbraccio, o dire ti amo senza essere terrorizzata dall'effetto che potrebbe avere sull'altr@ questa mia dichiarazione.
Non sono liberi e non mi fanno essere libera di esprimere quello che sento, di fare quello che voglio nel momento esatto in cui ne ho voglia, si costringono e mi costringono ad essere artefatta, a reprimere tutti i gesti spontanei, liberi davvero, che non necessariamente hanno dei messaggi sotto, o nascondono intenzioni, o richiedono promesse.
Perché non si concepisce il fatto che magari ho voglia di dirti che ti voglio bene qui, in questo momento, ora, pur sapendo che tra un mese potremmo non stare più insieme o non essere più amici.

Nessuno può avere la certezza che quello che c'è ora, ci sarà anche domani. E questo vale per qualsiasi cosa.
Allora devo smettere di esternare i miei sentimenti, di dire quello che penso, di condividere quello che ho dentro?
A me sembra questa, la vera schiavitù.
Reprimere, soffocare la propria libertà d'espressione, tacere: questo è ciò che limita la mia libertà.

Questa è una generazione di schiavi.
Siamo un popolo sotto schiavitù, altro che popolo delle libertà!
E se andiamo avanti di questo passo, ci perderemo tutte le cose che rendono la vita degna di essere vissuta.






22 settembre 2009

Altrove

Cosa ci spinge a partire?
Perché si desidera non tanto “essere”, ma “andare” altrove?
Volevo fare un video per cercare di spiegarMI il bisogno che sento di viaggiare, che più che un bisogno è una spinta dal di dentro, qualcosa che mi rende inquieta e mi strattona, anche quando me ne sto tranquilla e serena.
Me lo stavo appunto domandando ed è così che mi sono resa conto che non lo so spiegare…

In una certa misura ci rientrerà sicuramente anche la fuga: da casa, da alcune responsabilità, dai ruoli impostimi e autoimposti, dalle aspettative degli altri che continuano ad essere (lo sono sempre state) la mia pietra di Sisifo… e perché no, la fuga anche da me, anche se lo so perfettamente che “da te non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx”.
Però questo è solo l’incipit, il romanzo dove sta?

Non è nemmeno frustrazione, perché a casa mia, nella mia città, con la mia famiglia e i miei amici, io tutto sommato ci sto bene. Non è lo schifo di quello che c’è “qua” a farmi desiderare quello che sta “là”.
L’unica cosa che riesco ad avere più o meno chiara è che mi entusiasmano i nuovi progetti, mi entusiasma conoscere cose e persone nuove, amo il cambiamento, anche se poi in certi casi lo odio, come tutti i grandi amori che si rispettino.

Altrove è sinonimo di nuovo, di novità, di freschezza.
Altrove è un nuovo inizio, uno scrigno di nuove possibilità neutre, che non si sa se si riveleranno positive o negative, anche se alla fine è lo stesso, perché è l’esperienza che mi affascina, è quella il mio obiettivo.
La conoscenza.
E dicendo questo mi sento schifosamente somigliante a quell’Odisseo cantato da Omero e che io ho sempre odiato con tutto il fegato, non tanto perché mi obbligavano a studiarlo in greco, quanto perché l’ho sempre reputato un vergognoso ingrato, un incontentabile che disprezzava tutto ciò che di bello già aveva e lo buttava al vento senza pensarci un attimo.
Uno scandaloso egoista.
Eppure eccomi qui a pensare pensieri che si rispecchiano fedelmente in tutti i libri di critica dell’Odissea.
Che rabbia.

Tralasciando i miei personali problemi col signor Odisseo, mi è però venuta la curiosità di sapere come gli altri vivano questo sentimento, la voglia di partire, di andare altrove, di emigrare: voi, come ve la spiegate? Cos’è che vi fa desiderare di abbandonare la vostra casa, la vostra sicurezza, l’innegabilmente comoda quotidianità costruita e condivisa in anni per posti nei quali non sapete nemmeno se starete bene, se sarete felici o se ne sarà valsa la pena?

Cos’è che vi attira verso l'Altrove?


21 settembre 2009

Anaffettivo VS Simpatico

L'anaffettività mi fa venire l'orticaria. Io sono simpatica, etimologicamente parlando.
Benché sia cinica sotto tanti di punti di vista (soprattutto causa sopravvivenza), il cinismo a tutti i costi, sbandierato per forza, mi fa cadere le braccia.
A chi ogni volta che sono entusiasta per qualcosa mi dice che tutto è merda e che tanto finirà in vacca, vorrei tanto dare una testata da stroncare il setto nasale.

Sto diventando insofferente, perché alla fine troppa "simpatia" ti fa reazione, come quando ti imbottisci per troppo tempo di farmaci e vomiti per una settimana di fila (a meno che non siano barbiturici: quel cocktail lì è il risolutivo, mi sa).

Detto ciò (e passando di palo in frasca), passo ad elencare le cose che in questi ultimi due giorni mi hanno distratto e distolto dall'intensa attività psico-fisica consistente del battere capate contro i muri:



Enjoy!

28 maggio 2009

Le veline non sono forse serie?

Link alla notizia --> http://realityshow.blogosfere.it/2009/05/le-veline-di-striscia-la-notizia-costanza-e-federica-sbottano-basta-con-i-luoghi-comuni-siamo-person.html


"Le Veline non sono forse serie?", si domanda la siciliana Costanza (Caracciolo - Velina bionda). "Siamo ragazze semplici e con un cervello.

...
...
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Io comunque me la prendo più con chi fa arrivare la maggior parte delle donne in televisione solo con questo ruolo: appetitoso (meglio se silenzioso) accompagnamento.

Quelle intelligenti e colte sono tutte "racchie" e quasi sempre lesbiche o bisognosissime di caxxo (come fosse una cura). Almeno questo è il messaggio che viene fatto passare.

Peró non facciano le risentite le due veline (o letterine, schedine, letteronze... me da igual), perché sono state loro a scegliere questo mondo, loro a prediligere questo modo per avere soldi e successo e quando punti tutto sull'apparenza e l'immagine, poi non ti puoi lamentare se la gente ti giudica in base a quelle. Care mie, nella vita si prende tutto il pacchetto.

Sono d'accordo con Federica (Nargi - Velina mora) quando dice "Quanta ipocrisia nelle parole della Sozzani (direttrice di Vouge Italia)": criticare ancora le donne per la mercificazione che possono fare del proprio corpo o dell'immagine di questo, è tipico di una cultura maschilista e finto-perbenista quale è la nostra.

Il problema vero, quello che andrebbe combattuto, è il messaggio che tramite queste ragazze della tv viene inviato: non importa se hai tre lauree, non importa se sei intelligente, se vuoi essere la Gabanelli del futuro, se vuoi essere una ricercatrice chimica, un'ingegnere, una professoressa universitaria, ... se sei donna e non sei figa, non metti in mostra i doni che madre natura ti ha fornito, non ti prostituisci un po' (non solo in senso fisico), il tutto in rigoroso silenzio, senza esprimere idee o opinioni, beh... allora non vai da nessuna parte, né in tv, né in politica, né in posti di potere di qualsiasi genere.
Scordati la carriera, cocca.

Ovviamente dimenticavo la raccomandazione clientelare, ma quello mi pare un costume abbastanza trasversale tra i generi.

In ogni caso, siamo ancora fermi al modello duale "puttane o spose". Tutte le altre (ovvero la maggioranza) non esistono, agli occhi della societá.

Cancellare con una categorizzazione una massa di persone, privandola di diritti fondamentali (oltre il basilare diritto ad esistere) tipo la libertá d'espressione, l'autodeterminazione, ... questo sí, mi sembra un problema. Un grossissimo problema.

28 aprile 2009

Essere o non essere (se stessi)

Si dice che risulta difficile non essere se stessi, non abbandonarsi alla propria natura e si anela ad esserlo come si trattasse di una liberazione.

Ma dove stanno tutta questa libertà e questa liberazione, nell’essere se stessi?

Io mi sento in catene, legata a filo doppio a questa me che non so se mi piace, ma che so essere l’unica che mi appoggerà sempre, l’unica a cui chiedere aiuto nel momento del bisogno e alla quale aggrapparmi quando sento le forze venir meno.

E’ faticoso, è una lotta continua contro tutto e tutti, rimanere se stessi, per cosa poi alla fine?
Sono più le privazioni e i sacrifici che si fanno, che il sollievo di sapere che si è rimasti fedeli a se stessi, coerenti, in pace con la coscienza.

E invece no, perché io non mi sento mai né in pace, né a posto con la coscienza.
Eppure non c’è momento in cui non mi sforzi di fare la cosa giusta, in cui non mi senta coerente a me stessa, in cui non mi analizzi, non mi processi…

Ma alla fine, insieme alla coerenza e alla consapevolezza di aver fatto del proprio meglio, seguendo le proprie convinzioni e i propri ideali, resta solo la stanchezza e la voglia di non combattere più.

Essere se stessi non è affatto una liberazione. E’ una tortura psicologica continua. Certi giorni mi abbandonerei volentieri a diventare ciò che ciascuno in quel momento vuole che io sia, senza tanti pensieri, senza dilemmi di coscienza né privazioni dovute a questa me che m'impone di fare ciò che ritiene giusto. Finirei col disprezzarmi? Forse, ma alla fine a noi stessi perdoniamo quasi tutto, dal momento che siamo coinquilini non sfrattabili.

A nessuno piacciono le persone integre, coerenti, che rimangono se stesse.
Lo so che se provassi a chiedere in giro, nessuno (o quasi) mi risponderà "Sì, a me piacciono le persone che si adattano alle mie esigenze, voglio vicino solo chi è in grado di plasmarsi in base a me", ma in realtà, spesso, è solo ipocrisia e vergogna di dire ciò che si desidera davvero.

Una persona coerente, è una persona scomoda. Arriverà sempre il momento dell’attrito, inevitabilmente. La persona plastica, evita lo scontro, addolcisce la realtà con le sue curve di plastilina e rende meno amara la pillola a chiunque.

Sono stanca.
Stanca di lottare per rimanere me stessa nonostante tutto remi in direzione contraria per cambiarti e plasmarti.
Stanca di dover sempre fornire giustificazioni e di adottare "l’agire comunicativo" di Habermas, quello volto alla comprensione (che tanto poi non ti comprende mai nessuno e l’unico pirla che fa lo sforzo di Sisifo sei te).
Stanca che la gente (anche se a fin di bene) mi rifili la cazzata che alla fine, l’importante, è riuscire a guardarsi allo specchio, la mattina.
Io, nello specchio, nemmeno mi ci vedo più.

In conclusione, con ironia di shakespeariana memoria, il Darwin che ho sempre tanto odiato, alla cui visione arida della vita non mi sono mai voluta arrendere, mi ha vinta definitivamente: o ci si adatta e quindi ci si evolve, oppure siamo destinati all’estinzione.