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18 gennaio 2012

Empty room - Atto III

Ancora un'altra stanza da svuotare, la terza in tre anni e come sempre la sensazione di vuoto non riguarda solo queste quattro pareti.

Mi stupisco sempre della sproporzione tra le poche cose materiali accumulate qui nel tempo, che riesco a chiudere in un paio di valigie, e quelle innumerevoli che porto dentro, che in un anno mi hanno trasformata, ancora una volta, in una persona diversa.

La cosa più dura sono gli addii mentali con i quali, mentre impacchetti la tua roba, saluti le cose, i posti, le situazioni, le persone dalle quali sarai costretta a separarti.

È vero che le persone che ci tengono davvero a te, non smetteranno di amarti, di pensarti, di cercarti, ma mi mancheranno da morire i loro abbracci, i loro sorrisi, le loro battute. Mi mancherà un sacco essere parte attiva nelle loro vite (e viceversa) e condividere le piccole cose quotidiane...

Penso che non posso fare a meno di andarmene, che la mia natura lo esige, ma allo stesso tempo non vorrei muovere un passo, vorrei rimanere nel porto ritrovato che è per me Madrid, barricarmi nella mia stanzetta di Malasaña e continuare a condurre la vita de los gatos.

Me ne andrò, quatta quatta, sperando di non essere vista, che se poi mi obbligano a parlare, trattenere le lacrime sarà più difficile.

Ci rivedremo, Madrid?


"E quando vai, non illuderti di coltivare assenze.
Te ne vai e questo è tutto.
"
(Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine)

17 dicembre 2011

¡Hola a ti también!

Como dice mi amiga Rosa,
Madrid es el epicentro de las casualidades.
Y eso explica como pueda haber encontrado a Alis por la Latina, en una callecita escondida dónde nunca pasa nadie y haberlo grabado mientras me saluda *^__^*


Me encanta esta ciudad mágica (y Alis también, por supuesto).

13 giugno 2011

Leggere è un rituale mistico

Molte ore della vita fin qui trascorse le ho vissute leggendo.
E mi piace dirlo così, in un incipit da poema epico.
Ho letto di tutto: libri per bambini, classici, gialli, horror, fantasy, biografie, antologie, poesie, saggi, romanzi d'ogni sorta, di ogni provenienza geografica,...

C'era un periodo, proprio da bambina, in cui il tempo della vita attiva non era tiranno e potevo concedermi il lusso di scegliere in modo del tutto casuale: compravo libri a caso, lasciandomi attirare dal nome o dalla copertina, senza leggerne la sinossi, pescando i volumi dagli scaffali come caramelle da una scatola ai gusti assortiti. Mi piacevano la sorpresa, la scoperta, il dono inaspettato dell@ sconosciut@ che aveva prodotto, attraverso un processo per me inimmaginabile e quasi mistico, il ribollire di parole di cui il mio cervello e la mia anima si nutrivano, dell@ stranier@ che cercavo sempre di riconoscere nascosto tra le righe, disseminato tra periodi, lettere e capoversi, tentando d'immaginarlo e di ricostruirne la mente, i pensieri, i sentimenti che dovevano stare a monte e al contempo intrecciati in essi.

Non ho mai desiderato conoscere "realmente" gli autori, perché fin da allora sospettavo che la loro forma umana non sarebbe stata all'altezza dei mondi interiori che esternavano e a cui riuscivano a dare vita fisica nelle loro opere cartacee: avevo paura che l'essere umano, seppur padre e madre di quelle creature, potesse sbriciolare con la sua sola presenza materiale tutti i significati, i simboli, i sogni, i pensieri, le frasi che erano scaturiti dalla mia immersione nelle sue parole. Non avrei mai tollerato una delusione simile.

Proprio come nella celebrazione dei Misteri, per conservare il proprio valore e la propria aurea di sacralità, le parole non dovevano mantenere alcun legame reale con l'essere reale che le aveva scritte, pur trasudando al contempo realtà e sogno da ogni lettera, da ogni segno.

È un paradosso?
Lo è, come ogni sacro mistero, ogni sacro miracolo che si rispetti.

Arrivata all'università, ho quasi smesso di leggere (intendo ogni tomo che non fosse oggetto d'esame).
Credo sia stato allora che ho cominciato la selezione: da un lato compravo libri che trattavano temi precisi che avevano suscitato in me dell'interesse durante le lezioni; dall'alro ho cominciato a stilare una lista dall'orrendo e ripugnante titolo "Libri da comprare" dove venivano e vengono tutt'ora inseriti opere di cui ho letto recensioni interessanti, che mi hanno attratto per il tema trattato, libri che ho trovato citati in altri libri che mi sono piaciuti particolarmente, libri che mi sono sembrati degni di essere letti per averne assaggiato qualche pagina durante una delle mie frequenti incursioni-pellegrinaggio in libreria.

Da quando vivo a Madrid, ho cominciato a sperimentare un nuovo modo di leggere, sempre quantitativamente inferiore rispetto a quello della mia "gioventù", ma assiduo e costante. Mi sono ritrovata ad essere una lettrice a piccole dosi, la lettura è diventata come un pasto veloce, come una medicina da assumere a intervalli regolari.
Non ha più l'intensità dell'esperienza totalizzante che assorbiva ogni mia facoltà intellettuale e ogni forza fisica. Non faccio più profonde immersioni, lunghi viaggi mentali, la lettura non mi isola più dal mondo stordendo il mio senso della realtà, non sono più la mangiatrice di libri di un tempo, che poteva tranquillamente bruciare 350 pagine in tre giorni scarsi (a volte anche meno): la pressante vita esterna me lo rende quasi impossibile.

Ho così compreso sulla mia pelle un brano di Pennac che all'epoca, quando lo lessi, trovai abbastanza idealista e, per questo, fastidioso:
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana - assennato simbolo del suddetto dovere - finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare?
Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.

(Daniel Pennac, Come un romanzo)

A Madrid mi sono convertita anch'io in una lettrice da metropolitana, una rosicchiatrice di attimi e parole.
Ed è grazie a questo che, per esempio, assocerò per sempre Fernando Pessoa e Bernardo Soares a questa città e a questo periodo della mia esistenza, perché in realtà sono stati proprio loro i miei più fedeli compagni di viaggio fino a Moncloa e ritorno per mesi.

15 febbraio 2011

25 gennaio 2011

De vuelta

È una meraviglia quando la voglia di esprimersi e di dire le cose torna.
Quando la voglia di vivere torna.
Quando il mondo ti sembra un immenso buffet e non sai da che parte farti per cominciare.

Miliardi di idee e progetti che ti affollano il cervello.
Così tanti stimoli da sentirti sotto elettroshock.
Così tante ore dense da toglierti il respiro.
Cose da fare, idee da concretizzare, progetti da attuare e poco, troppo poco tempo per farlo.

Ma va bene così.

Va bene quando il sociale, l'arte, il lavoro, la voglia, il desiderio, le azioni, l'amore, tornano a mischiarsi.

Il mio cervello, il mio cuore, il mio corpo, sono in ebollizione (più del solito, intendo).
Sono un vulcano in procinto di eruttare fiumi di lava incandescente.
Siete avvisati.