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31 dicembre 2008

Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Pubblico una lettera che mi ha particolarmente turbato (nel senso che mi ha fatto e mi sta facendo tutt'ora riflettere su di una serie di cose), ricevuta tramite la mailing-list dello SCI.

Ramallah, 27 dicembre 2008.

E Leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? I bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria muore di guerra o di pace?
Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?

Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia.
E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?
delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita.
Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati?
Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni.
Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Lettera di Mustafa Barghouthi
(trad. Francesca Borri)

La lettera è presente anche ai seguenti link:
http://it.peacereporter.net/articolo/13403/La+vostra+indifferenza 
http://www.peacelink.it/editoriale/a/28173.html

27 maggio 2008

Conferenza su Martin Luther King


Ieri ho avuto il piacere di assistere alla conferenza "Diritti civili e pace nel pensiero e nell’opera di Martin Luther King a quarant’anni dalla morte" tenuta dalla professoressa Donatella Stocchi Perucchio, insegnante di letteratura italiana all'Università di Rochester.

L'ho trovata una persona molto competente e preparata, anche se, come lei stessa ha ammesso, si è interessata alla figura di Martin Luther King non da esperta, ma spinta da interesse e passione personali.

Affascinante è stata la contestualizzazione della figura di King nel Battismo, dal quale gli deriva il forte simbolismo profetico e anche parte di quel carisma e di quell'oratoria che l'hanno reso così incisivo.

Indimenticabili le parole del suo ultimo discorso pubblico, conosciuto col nome di "Sono stato sulla cima della montagna", tenuto a Memphis il giorno prima di essere ucciso:

"...Poi sono arrivato a Memphis. E alcuni hanno cominciato a riferire le minacce, o a parlare delle minacce che erano state fatte là fuori, o a dire quel che mi sarebbe potuto accadere per mano di qualche nostro fratello bianco malato. Ebbene, non so cosa accadrà d’ora in poi; ci aspettano giornate difficili. Ma davvero, per me non ha importanza ora, perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi importa. Come chiunque, mi piacerebbe vivere a lungo: la longevità ha i suo lati positivi. Ma non mi preoccupo di questo adesso. Voglio solo fare la volontà di Dio. E Lui mi ha concesso di salire sulla montagna, fino alla vetta. Ho guardato al di là e ho visto la terra promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma stasera voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. Sono così felice stasera; non ho paura di nulla; non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore".


Tutti conosciamo il King paladino dei diritti civili e dell'uguaglianza, ma in genere, come ha sottolineato la professoressa Stocchi, si tendono a tralasciare alcuni aspetti di questa grande personalità che sono stati altrettanto importanti (se non di più) e ciò accade specialmente negli Stati Uniti, dove, probabilmente, alcuni dei temi che il "secondo King" ha affrontato risultano ancora oggi troppo scomodi: sto parlando della questione economica e della forte presa di posizione contro la Guerra in Vietnam (e contro le guerre in generale).

E' proprio qui che ritroviamo elementi di grandissima attualità, che possiamo contestualizzare tanto nell'America, che nell'Italia di oggi. E non solo: King è stato un vero profeta, tanto da guardare ancora più lontano, tanto da avere la visione di alcuni effetti dei processi che oggi chiamiamo globalizzazione e che già allora erano in atto.

Alla fine dell'incontro, infatti, c'è stato un dibattito molto animato proprio sulla condizione attuale dell'Italia, degli Stati Uniti e, più in generale, del mondo e su come i valori predicati dal pastore battista siano ancora attuali, su come sia possibile dare loro nuova vita oggi, pur non disponendo di personaggi della sua levatura morale, col suo carisma.

Anche se la frase di Martin Luther King più ricordata dai presenti durante il dibattito è stata "[...] un giorno riusciremo ad estrarre dalla montagna della disperazione una pietra di speranza...", io vorrei chiudere questo post con un'altra, che è in assoluto la mia preferita:


Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti.





Parla!
La verità è là non devi negarla
Parla!
Chi tappa la falla non resta a galla
Parla!
Dalla tua bocca libera la favella
come un farfalla
che si libra dalla calla
Parla!
I mutismi sono inascoltabili
Parla!
I timori hanno timoni deboli
Parla!
Urla termini interminabili
Parla!
Perché il silenzio è dei colpevoli.


(Caparezza, Il silenzio dei colpevoli)



Siti interessanti su Martin Luther King:
http://www.martinlutherking.ucebi.it/
http://www.ildialogo.org/mlking/index.htm
http://www.thekingcenter.org/
http://www.martinlutherking.org/

10 dicembre 2007

La "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" compie 60 anni: auguri!



Oggi, 10 Dicembre 2008, si celebra il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Qua sotto riporto uno stralcio dell'Appello all'Azione di Flavio Liotti, coordinatore della Tavola della Pace, che rissume in maiera netta e semplice quello che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani rappresenta:

Non è uno dei tanti documenti internazionali. E’ una sorta di “Magna Carta dell’umanità” che ha dato origine del “Diritto internazionale dei diritti umani”, la “fonte delle fonti” del nuovo Diritto panumano.

La Dichiarazione parla di uguaglianza, di giustizia, di universalità, di equità, di libertà, di dignità, di solidarietà, di rispetto reciproco, di democrazia e di pace e indica, a tutta l’umanità, un solo chiaro obiettivo da perseguire con coraggio e tenacia: riconoscere e promuovere il rispetto di tutti i diritti umani per tutti.

A cinquantanove anni di distanza questo documento ci consente di misurare tanti i progressi compiuti in questi decenni e quanto ancora resti da fare per raggiungere quel obiettivo. Non solo. Tenendolo in mano noi disponiamo di una formidabile bussola che ci indica la strada da seguire per assicurare un futuro ai nostri figli e all’umanità intera.



23 settembre 2007

Marcia per la Pace Perugia Assisi


Domenica 7 Dicembre avrà luogo la consueta Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi e Ucodep organizza un autobus da Arezzo per parteciparvi.


Per informazioni e prenotazioni, scrivete o telefonate agli indirizzi riportati sul volantino, ma entro e non oltre il 29/09/07, data di scadenza per le adesioni.



Clicca l'immagine per scaricare il volantino