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04 febbraio 2013

Hasta pronto, mi Lima albaricoque.

Nada de Lima limón: Lima es mi ciudad albaricoque, y para los demás es la ciudad gris.
Albaricoque es la luz que la envuelve como mariposa en su capullo en la mañana.
Albaricoque es la luz que la sumerge a la puesta del sol.

Lima albaricoque querida, te comí a mordiscos día trás días, y tú a mi.
Me voy llevándome tu sabor a fruta y tu líquida luz de almíbar.
A otros les dejaremos el gris, la niebla, la humedad, el moho, el olor a basura.
La memoria, por suerte, es un soporte falaz.


09 gennaio 2013

Perché in Italia è sempre tutto così difficile?

Quest'anno ho conosciuto ragazze ispirate e appassionate che ha 30 anni passati si dedicano a studiare scultura perché scoprono che è la loro vocazione; violoncellisti limeñi che recitano passi dalla Vita Nova di Dante e si alzano alle 5 di mattina per fare la pasta fresca in casa; donne poverissime con due figli da crescere abbandonate dal marito e che, in attesa del terzo, si costruiscono letteralmente casa da sole (con cazzuola e pietre), continuando a sistemare mattoncini e calce anche durante le doglie; padri di famiglia licenziati dall'oggi al domani che si reinventano un nuovo lavoro come fosse niente.

Allora perché in Italia è tutto così difficile?

Non credo siano difficoltà concrete. Cioè, le difficoltà concrete esistono e sono innegabili, ma non più di quelle che esistono in Perú. Sono 4 anni che girello fuori dalla patria natía e mi sono resa conto che questa sensazione di "impossibilità", di difficoltà, questo senso spontaneo di rinuncia e tendenza all'avvilimento, sono un qualcosa che nel nostro paese si respira fin dalla nascita, qualcosa con cui cresci, che ti viene messo dentro e mette radici nella tua testa, fino ad autosabotarti, fino a renderti difficile persino immaginare scenari differenti.

E se perdi la capacità di sognare, di sperare in un mondo diverso, in un'Italia diversa, in una vita diversa, magari la tua, come puoi adoperarti per cambiarla, nei fatti? Se non puoi immaginarlo, di sicuro non puoi farlo.

Siccome siamo a inizio anno, parto con i buoni propositi, o meglio, con la consegne per questo 2013 tutto da scartare: difendere con le unghie e con i denti la capacità d'impegnarmi concretamente per realizzare i miei sogni, combattere quella nebbiolina grigia di malumore, frustrazione e rassegnazione che mi s'infiltra dentro ogni volta che torno ad Arezzo, rendermi impermeabilmente sorda ai demotivatori.

E auguro lo stesso ad ognun@ di voi ;)




"Ehi, non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a me, ok? Se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non lo sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila! Punto."

16 ottobre 2012

Pensa ai bambini del terzo mondo che non hanno da mangiare!

Quante volte vi è successo di andare al ristorante e che, come si suol dire, vi abbia "tirato più l'occhio che il budello"?

Ordinate l'antipasto, a metà del primo vi sentite già sazi e quando arriva il secondo state lì lì per scoppiare, ma comunque non resistete ad ordinare il dolce, che per quello c'è sempre un posticino.

Ma tutto il cibo che avanza, che fine fa? Si butta. E se poi avanzate anche il pane, dovrete andare a confessarvi di corsa, perché, come diceva sempre mia nonna, buttare il pane è peccato.

Se a questo punto del pasto, spinti da uno spasmo involontario della vostra coscienza (irrimediabilmente traumatizzata durante l'infanzia da vostra madre che, quando lasciavate del cibo nel piatto, vi ripeteva sempre: "pensa ai bambini del terzo mondo che non hanno da mangiare niente!"), aveste la malaugurata idea di chiedere un tupper per portarvi via gli avanzi, il tempo si fermerebbe, le galassie brucerebbero, il vaso di Pandora sarebbe di nuovo scoperchiato e il male invadrebbe il mondo, senza contare che  il cameriere vi guarderebbe con aria disgustata, assieme a tutti i commensali e ai vicini di tavolo, che, mentre vi fissano sospesi come in una scena da film, penserebbero: "Anvedi 'sto pulciaro!" (Traduzione: osserva con attenzione il disgusto che mi provoca questo nullatenente).



Io, invece, ieri ero a pranzare in una cevichería limeña vicina al lavoro, che mi ha attratto nonostante l'indisposizione stomacale. A metà del mio vassoio (no, non piatto, VASSOIO) di pesce crudo, ho accusato il colpo, ma l'angoscia di lasciare lì tutto quel ben di dio (peraltro, costato una discreta sommetta), mi ha spinto a chiedere timidamente al cameriere se avesse un contenitore per potermi portare via gli avanzi.

Ho socchiuso gli occhi, contratto i muscoli e aspettato la fine del mondo...

... e invece il cameriere mi ha guardato con il solito sguardo di compassione che si riserva alla gringa-scema e, quasi ridendomi in faccia, mi risponde con un: "Claro que lo tenemos: ¿ya se lo preparo para llevar?" (Traduzione: "Certo che ce l'abbiamo: glielo preparo adesso da portare via?").

Sì, perché qui in Perú, al risotrante, portarsi via gli avanzi è la norma. Qualsiasi ristorante ha dei tupper di plastica usa e getta pronti all'uopo e praticamente tutti fanno take-away.

Nessuna vergogna, nessuna figura da pezzente, nessun sguardo giudicante, niente pubblico ludibrio, niente Apocalisse, solo praticità e pura e semplice logica: compro del cibo + lo avanzo + me lo porto via = nessuno spreco di cibo né di denaro.

Tutto questo per dire che, a volte, il "primo" mondo dovrebbe apprendere le buone pratiche dal "terzo".


A proposito, buona Giornata Mondiale dell'Alimentazione ;)


08 luglio 2012

Ayacucho, Morada del Alma

Questo fine settimana ho viaggiato per Ayacucho: 11 ore scomodissime in un autobus che puzzava di piedi e il cui microclima era simile a quello di qualche girone infernale.

Sono arrivata abbastanza viva, collo e schiena a parte, ma le mie coinquiline non sono state altrettanto fortunate, per cui, più che la città, hanno visto la stanza dell'albergo.

Ayacucho deriva dal quechua: aya (anima) e k'uchu (dimora). Letteralmente significherebbe "dimora delle anime" o dei morti. Non si sa bene a quali morti si riferisca, le ipotesi sono varie.

Ayacucho è stata il centro politico-amministrativo dell'Impero Wari, una popolazione preincaica che raggiunse alti livelli di qualità nella produzione di ceramica, tessuti, metalli e pietra, tra il 1100 e il 1420 d.C.

La città è famosa per due eventi storici importanti: la Battaglia di Ayacucho e la nascita del movimento di Sendero Luminoso presso l'Università San Cristóbal de Huamanga.

Sabato mattina abbiamo visitato le Rovine Wari (un complesso archeologico immerso tra i cactus), la Pampa de Quinua (la spianata dove si è svolta la Battaglia di Ayacucho, considerata lo scontro decisivo che ha sancito definitivamente l'indipendenza del Perú e dell'America Latina dalla Spagna) e Quinua (un paesino vicino dove la maggior parte degli abitanti è artigiana e lavora la creta o tesse).

Questa è la piccola guida che ci ha istrionicamente spiegato com'è andata la battaglia e che, mentre rimontavo sul pulmino, mi ha salutato sbracciandosi da lontano e gridandomi "¡Hasta luego señorita, hasta luego!" (un altro di quei bambini che mi fanno innamorare, ho pensato):




Durante la gita, il colore del cielo mi ha sorpreso: abituata alla pancita de burro di Lima, quasi non ricordavo quanto potesse essere azzurro e luminoso. Il tempo ci ha decisamente accompagnato: durante il giorno ha fatto caldo e la finta primavera nella quale ci siamo ritrovate ci ha permesso di godere ripetutamente del muyuchi, un gelato di latte e noccioline il cui etimo viene dal quechua muyu (circolo) e dal suffisso chi (fare) e che letteralmente si traduce con "dale la vuelta" (giralo), riferendosi al modo in cui viene fatto: le signore che lo vendono nella piazza di Ayacucho, infatti, girano continuamente una terrina di alluminio dentro una tinozza piena di ghiaccio per fare addensare il gli ingredienti all'interno. 
Il fine settimana è stato rilassante, come doveva essere (a parte le mie povere coinquiline che agonizzavano a letto) e mi ha permesso di allontanarmi un po' dal grigio e dalla confusione di Lima, di imparare cose che non sapevo, di mangiare e di dormire molto, cose di cui avevo decisamente bisogno :)

Tra l'altro, anche a 'sto giro, sono riuscita a fare danni: ho conosciuto Yaku, un ragazzo di Iquitos che fabbrica e vende orecchini e collane nella Plaza de Armas di Ayacucho: come potete facilmente immaginare, mi sono sfondata di orecchini... Sono un caso patologico, lo so -__-'

Vi lascio alle foto, va':




P.S. Adoro i cactus ♥

03 luglio 2012

Bambini

Quando torno a casa, mi danno una sensazione di sollievo. Entro dal cancello, li trovo come sempre ad invadere il cortile e, appena mi vedono, mi sommergono con un coro di "¡Hola Gaia!".

Non so quanti saranno, non ce l'ho mai fatta a contarli, ma so che sono tanti.

I primi tempi mi si accalcavano intorno come tante colombe che venissero a beccare le molliche di pane. La più ardita è stata Valeria che, accompagnata da due amichette, si è avvicinata una volta che stavo seduta sul muretto del cortile, per chiedermi chi ero, da dove venivo, cosa facevo, se mi sarei fermata per molto. Valeria è svegliotta: da lì le domande sono passate al "Hai il fidanzato?", "Hai figli?" e la faccia stupita che ha fatto quando gli ho detto che no, anche se ormai ho ben 26 anni...

Poi c'è la figlia di una delle mie estetiste, che è una bambina timida e magrolina, tutta occhiali e orecchie, ma con un sorriso dolce e gentile: quando ci eravamo da poco trasferite, è venuta a bussare alla mia porta per regalarmi un campioncino di un profumo che porta il mio nome :)

Ma il mio preferito è senza dubbio Gabriel: non so la sua età, di preciso, ma anche lui è bello vispo: ci teneva sott'occhio, a me e alle mie coinquiline, da quando siamo arrivate. È il nostro dirimpettaio, la sua finestra dà sul nostro soggiorno e a volte l'abbiamo sorpreso a spiarci (ma nemmeno tanto occultamente). È stato il primo a imparare i nostri nomi ed è sempre il primo a vedermi e salutarmi.

Adoro quel bambino, è capace di strapparmi sempre un sorriso, anche se "tiene pinta de malote", dà proprio l'impressione di essere un discolo :)

E poi ci sono gli altri bambini, quelli de El Agustino, per esempio.

Quei bambini che ti chiamano con un "hey, gringa!", che ti chiedono libri da colorare da regalare ai loro innumerevoli cuginetti e cuginette (spesso inventati), che a volte cercano di rubarsi i pennarelli, ...

Alcuni ti accolgono con diffidenza, lanciandoti occhiatacce. C'è stato un bambino, un soldo di cacio che avrà avuto 3 o 4 anni, che ha iniziato a gridarmi contro arrabbiatissimo perché cercavo di aiutarlo a trasportare il triciclo della sorella, mentre lui deve aver pensato che cercavo di rubarglielo. Ho dovuto spiegargli varie volte che non glielo avrei portato via, alla fine gliel'ho dovuto dire in maniera dura e solo allora si è convinto e si è lasciato aiutare.

Altri, invece, ti corrono incontro sbracciandosi per avere la tua totale attenzione e ti iniziano a raccontare, sempre col sorriso sdentato stampato in faccia, che quando il papà torna a casa ubriaco, la mamma dorme con loro, per sicurezza; che "Señorita, señorita, lo zio della mia amica la toccava, lei lo ha detto alla mamma, lo hanno denunciato alla polizia, ma i poliziotti non hanno fatto niente: perché?".

E cosa gli rispondi? Cosa fai quando vedi che lo domandano alla maestra e la maestra li ignora, come le avessero chiesto l'ora e va avanti con la sua sessione di formazione contro l'abuso sessuale infantile, ripetuta a pappardella?

Per fortuna non tutte le maestre sono così, per fortuna ci sono molte persone che lavorano tanto e bene, che prendono a cuore il loro ruolo di docente o di formatore.

E per fortuna ci sono anche i momenti divertenti, come quando i bambini e le bambine, durante i corsi di formazione, devono mettere in relazione i nomi con le rispettive parti intime del corpo. Mi fanno spaccare quando arrivano alla parola "vulva": mi guardano impanicati e iniziano a indicare parti del corpo a caso, sperando di indovinare, ma non ci prendono quasi mai :D

Chi mi conosce lo sa, non sono un'amante dei bambini a priori, ma alcuni di quelli che ho conosciuto qui, mi hanno conquistato il cuore. Certi sono dei piccoli adulti, loro malgrado, e questo mi ha fatto un pena, in certi casi un po' paura...

Io non so quale bambino questa sera
aprirà ferite e immagini
aprirà
le porte chiuse e una frontiera
in questa terra di uomini.

07 giugno 2012

Chambeando

"Chamba", in peruviano, significa lavoro/luogo di lavoro e "chambear", ovviamente, lavorare. Questi sono il mio ufficio, il panorama che si vede dalla mia finestra e le mie super colleghe di lavoro, a sinistra Leidy, responsabile dell'Área de Evaluación y Monitoreo e a destra Valeria, responsabile dell'Área de Comunicaciones di ASPEm:


Chambeando


La pancita de burro, desde la ventana de mi oficina.


Mis preciosas compañeras de trabajo


È qui che passo 9 ore della mia giornata (se va bene, se no, anche un po' di più...) ed è da qui che mi sto preparando a conquistare il mondo!

Siete avvisati! :)

03 marzo 2012

Tutto il mondo è paese (o quasi)

"Tutti si lamentano, ma nessuno fa niente"
"Abbiamo vicino casa una discarica che fa ammalare noi e i nostri figli"
"I politici pensano solo ai fatti loro, non ci rappresentano, sono assenti"
"Dobbiamo organizzarci e uniti far valere i nostri diritti".
Dalla lista stilata qua sopra, dove direste che potremmo essere?
In qualsiasi paese del sud Italia, per esempio, no?
Se non considerassimo la discarica, anche nel Nord o nel Centro della Penisola.

Invece siamo a Lomas de Carabayllo, per la precisione a un taller de ciudadania (un corso di formazione volto a rafforzare l'esercizio delle cittadinanza attiva) tenuto da Jessica, una psicologa di ASPEm che ha radunato una ventina di abitanti della zona, i quali adesso mi stanno spiegando cosa sono le Lomas, cosa significa viverci, quali sono i loro problemi e cosa vorrebbero che migliorasse.


Non mi guardano negli occhi ed è una cosa che succede spesso, non ho capito se per vergogna o per spregio, ma potrebbe dipendere anche dal fatto che sono gringa e questo qui conta abbastanza, in qualsiasi contesto.

Però io ascolto, attenta e verso la fine del giro d'interventi, vedo che poco a poco qualcuno si arrischia ogni tanto a guardarmi in faccia, anche se di sfuggita.
Mentre mi faccio dare una di quelle lezioni che non dimenticherò, mille pensieri mi attraversano il cervello.

Penso che non dovrei essere trattata da señorita, ma da pari.
Penso a quanto è difficile comunicare, che tra me e queste persone c'è un muro invisibile.
Penso a quanto mi sento simile a loro.
Penso che mentre si autodefiniscono analfabeti e poveri, in certi casi con gli occhi bassi e con tracce di quella che io interpreto come vergogna, in realtà si siminuiscono terribilmente: non sanno quanto mi stanno insegnando e quanto possono insegnare al mondo intero.
Penso al disagio di essere qui in piedi, strabianca e straeuropea, tentando di spiegare cosa cavolo sono venuta a fare qui. E mentre cerco di spiegarlo, mi rendo conto di quanto possa suonare pretenzioso e ridicolo.
Penso che Jessica dev'essere molto brava nel suo lavoro e che ha avuto un'idea brillante nel lasciare che la lezione me la facessero quelli che ne sanno di più, i diretti interessati.
Penso a quanto mi piace ascoltarli, a quanto vorrei che la gente si fidasse di più di me e mi parlasse ancora e ancora e sempre di più.
Penso che vorrei prendere in collo la bambina con le treccine che ha tutta la faccia appiccicosa di chupete, ma che poi magari si mette a piangere e fa anche un po' strano.
Penso che le signore che stanno chiacchierando in sottofondo mentre Jessica parla, sono peggio dei bambini a scuola :) (e infatti sono anche state minacciate di essere cambiate di posto!).
Penso che Lomas de Carabayllo, nonstante sia un deserto polveroso in cui l'acqua non arriva e si vive in baracche, mi piace molto più di Lima.
Penso che qui la gente si è dimostrata più accogliente e tutto mi fa meno paura.
Penso che vorrei riuscire ad imparare almeno un decimo di tutte le informazioni nuove che mi bombardano ogni giorno, i modi che vedo di fare le cose, di vivere, di rapportarsi, di lavorare...

Penso tutto questo (e molte altre cose che è difficile mettere per iscritto), ma nel frattempo ascolto tutto, guardo tutti, fino a che non arriva l'ora in cui Chicho deve accompagnarmi in macchina a vedere che lavoro fanno Carla, Riccardo e Moises.

Il taller, infatti, fa parte del progetto Lomas de Carabayllo, che include anche dei laboratori di formazione per imparare a fare lavori di muratura, in particolare a costruire i bagni di cui le case a Carabayllo sono sprovviste.

Carla si occupa di andare casa per casa a fare visita alle famiglie che vogliono aderire al progetto, spiega le condizioni e fa riempire dei moduli. I due ingegneri, Moises e Riccardo (Casco Bianco come me), prendono le misure e disegnano il bozzetto del progetto della casa incorporando il nuovo bagno.

Io non ne capisco molto e, anche se le cose che non so mi affascinano sempre, finisco per aspettare fuori della porta scattando foto come una turista giapponese.

Ed è lì che, accorgendomi di essere fissata da due signore del luogo, finisco per mettermi a chiacchiera (come nella miglior tradizione spettegolatrice che ci unisce dall'inizio dei tempi) e mi dicono che invidiano il colore chiaro dei miei occhi, rispondo loro che spesso desideriamo quello che non abbiamo; da lì, si passa ai tratti ereditari, quindi della famiglia e inizio a mostrare le foto della mia, come ho fatto tante volte in molte altre occasioni, in altri paesi.

È questo che intendo quando dico che, in fondo, c'è un mondo uguale a qualsiasi latitudine o longitudine.
Basta lasciare entrare le persone.

01 marzo 2012

El Agustino

Passi la vita a studiare, esami su esami, libri su libri. Fino a che un giorno arrivi in un altro paese, in un altro continente, in un'altra casa che è diversa da tutto ciò che sei solita attribuire a quel termine e allora ti rendi conto che in realtà non sai proprio un cazzo.

La tua cultura scolastica europea è solo teoria.
Tu sei solo teoria.
La pratica, la vita vera, te la insegnano gli altri.

Questa è una delle poche cose che ho chiare mentre bevo la gazzosa che mi è stata offerta dalla padrona di casa, una signora rotondetta, ma dai lineamenti del viso spigolosi, che ci sta spiegando l'importanza di educare i figli per non farli diventare dei perdigiorno o, peggio, dei pandilleros (membri di gang giovanili).

Siamo a El Agustino, un distrito di Lima molto povero che ha iniziato a formarsi a partire dall'invasione violenta del Cerro San Pedro nel 1947.
È formato da una parte bassa un po' più decorosa rispetto a quella alta e da vari cerros, colline terrose e scoscese dove non ci sono nient'altro che baracche addossate ad altre baracche e scale che permettono di spostarsi da un punto all'altro, popolate da cani nient'affatto amichevoli.

Arriba del cerro

La signora ci ha fatto vedere la "casa", in particolare ci ha fatto vedere come ha sistemato le due stanze (dei piccoli alloggi costruiti con pareti di legno e una lamiera come tetto) che ASPEm l'ha aiutata a costruire per farci dormire i suoi figli (prima erano tutti ammassati in una stanza, nello stesso letto assieme ai genitori).

Questa è una delle azioni che rientrano nel progetto Cerros Seguros, che è focalizzato sulla prevenzione degli abusi sessuali sui bambini e sulle bambine.

M'imbarazza sentirla ripetermi "gracias señorita, de verdad" come se io c'entrassi qualcosa, come se fosse anche merito mio. Mai come in questo momento mi sento di non aver fatto niente di niente in vita mia e l'ultima cosa che penso di meritarmi è un ringraziamento.

Glielo vorrei dire, ma invece mi chiudo in un sorriso imbarazzato, continuando ad annuire e a bere gazzosa, assolutmanete incapace di capire se sia giusto esprimere quello che sento in quel momento.

Questa è un'altra grossa difficoltà che ho incontrato a Lima: non so mai nulla, non so come parlare, come decifrare i segni, i segnali, quello che posso dire o quello che è meglio tacere, non so come dire le cose, come approcciare le persone, non so quando mi stanno ingannando, quando mi disprezzano, chi è potenzialmente pericoloso, non riesco a capire a chi invece piaccio, a chi, in fondo in fondo, ispiro simpatia...

Mi sento come un elefante in una cristalleria, dove ogni passo che muovo, potrebbe potenzialmente causare danno.

Spesso vorrei dire alle persone, per esempio, che di base non c'è tanta differenza tra Lima e l'Italia.
Ma poi so che, detta così, potrebbe sembrare un'affermazione superficiale, da gringa appunto: che sono cieca che non le vedo le differenze? Sì, lo so, ce ne sono.
Quindi dovrei mettermi a chiarire il concetto, contestualizzare, spiegare come certe vicende umane, seppur cambiando contesto, restano le stesse; raccontare come io invece senta di avere tanto in comune con le persone che ho di fronte, che invece spesso vedono solo il colore della mia pelle e gli occhi chiari e le uniche parole che mi rivolgono sono "Buenos días, señorita" senza guardarmi nemmeno in faccia.

E così resto lì in silenzio, osservo, ascolto, appunto questi pensieri sul taccuino, alcuni poi li scriverò sul blog.

Per il momento (e forse per molti giorni a venire), questa è l'unica cosa che mi sento di poter fare.

25 febbraio 2012

La polvere di Chincha

La polvere non dev'essere il tratto distintivo solo del Messico, come ha scritto Pino, ma di un po' tutta l'America Latina.

Polvere, caldo, sudore e un sole abbacinante, che colpisce gli occhi come una scudisciata.

Oggi ho viaggiato fino a Chincha con Cristiana (una collega italiana di ASPEm Perú) , dove siamo passate per municipalidades, alcaldias e uffici vari insieme a Fernando (altro collega, ma limeño), parlando con esponenti della burocrazia chinchana, ma, soprattutto, attraversando la provincia a bordo di mototaxi e taxi compartidos, sui quali sfrecciavamo rapidi facendo entrare dai finestrini l'odore buono della terra, delle erbe secche e della salsedine, che ci ha impastato i capelli.

Questa zona ha subito forti danni a causa del sisma del 2007, che ha danneggiato gravemente soprattutto Tambo de Mora.

Chincha, mi ha dato finalmente l'impressione di essere davvero in America Latina: strade polverose, costeggiate da terra arida e campi di mais, terra bruciata, casette in pietra basse e colorate e, sullo fondo, il mare.

Nel nostro peregrinare, siamo passati dalla casa della signora Melchorita, che si occupa del rinfresco per la presentazione della memoria redatta a conclusione del progetto "Chincha segura y habitable".

Dopo le chiacchiere di rito, ci ha offerto una specie di ghiacciolo fatto in casa (che mi dicono si chiami "marciano" o "chupete") di una bontà incredibile: è una specie di frullato di frutta congelato in sacchettini alimentari pronti all'uso.

Mi è sembrato doveroso farmi dare la ricetta, che metterò in pratica non appena avrò un frigo e un frullatore :)

Al ritorno, ho provato anche l'esperienza dell'autobus che fa tutte le fermate (e quando dico tutte, voglio proprio intendere TUTTE), fermandosi anche in luoghi sperduti in mezzo a lande desolate.

La giornata è finita così, su un autobus chiassoso, lento e senza pace, ma con un paesaggio lunare di dune color metallo da una parte, che poco a poco si sono bagnate del rosa e dell'arancio del tramonto, e dall'altra l'oceano.

Poco a poco, quell'America Latina che è cresciuta sotto le mie palpebre, si lascia intravedere.