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07 giugno 2012

Chambeando

"Chamba", in peruviano, significa lavoro/luogo di lavoro e "chambear", ovviamente, lavorare. Questi sono il mio ufficio, il panorama che si vede dalla mia finestra e le mie super colleghe di lavoro, a sinistra Leidy, responsabile dell'Área de Evaluación y Monitoreo e a destra Valeria, responsabile dell'Área de Comunicaciones di ASPEm:


Chambeando


La pancita de burro, desde la ventana de mi oficina.


Mis preciosas compañeras de trabajo


È qui che passo 9 ore della mia giornata (se va bene, se no, anche un po' di più...) ed è da qui che mi sto preparando a conquistare il mondo!

Siete avvisati! :)

03 marzo 2012

Tutto il mondo è paese (o quasi)

"Tutti si lamentano, ma nessuno fa niente"
"Abbiamo vicino casa una discarica che fa ammalare noi e i nostri figli"
"I politici pensano solo ai fatti loro, non ci rappresentano, sono assenti"
"Dobbiamo organizzarci e uniti far valere i nostri diritti".
Dalla lista stilata qua sopra, dove direste che potremmo essere?
In qualsiasi paese del sud Italia, per esempio, no?
Se non considerassimo la discarica, anche nel Nord o nel Centro della Penisola.

Invece siamo a Lomas de Carabayllo, per la precisione a un taller de ciudadania (un corso di formazione volto a rafforzare l'esercizio delle cittadinanza attiva) tenuto da Jessica, una psicologa di ASPEm che ha radunato una ventina di abitanti della zona, i quali adesso mi stanno spiegando cosa sono le Lomas, cosa significa viverci, quali sono i loro problemi e cosa vorrebbero che migliorasse.


Non mi guardano negli occhi ed è una cosa che succede spesso, non ho capito se per vergogna o per spregio, ma potrebbe dipendere anche dal fatto che sono gringa e questo qui conta abbastanza, in qualsiasi contesto.

Però io ascolto, attenta e verso la fine del giro d'interventi, vedo che poco a poco qualcuno si arrischia ogni tanto a guardarmi in faccia, anche se di sfuggita.
Mentre mi faccio dare una di quelle lezioni che non dimenticherò, mille pensieri mi attraversano il cervello.

Penso che non dovrei essere trattata da señorita, ma da pari.
Penso a quanto è difficile comunicare, che tra me e queste persone c'è un muro invisibile.
Penso a quanto mi sento simile a loro.
Penso che mentre si autodefiniscono analfabeti e poveri, in certi casi con gli occhi bassi e con tracce di quella che io interpreto come vergogna, in realtà si siminuiscono terribilmente: non sanno quanto mi stanno insegnando e quanto possono insegnare al mondo intero.
Penso al disagio di essere qui in piedi, strabianca e straeuropea, tentando di spiegare cosa cavolo sono venuta a fare qui. E mentre cerco di spiegarlo, mi rendo conto di quanto possa suonare pretenzioso e ridicolo.
Penso che Jessica dev'essere molto brava nel suo lavoro e che ha avuto un'idea brillante nel lasciare che la lezione me la facessero quelli che ne sanno di più, i diretti interessati.
Penso a quanto mi piace ascoltarli, a quanto vorrei che la gente si fidasse di più di me e mi parlasse ancora e ancora e sempre di più.
Penso che vorrei prendere in collo la bambina con le treccine che ha tutta la faccia appiccicosa di chupete, ma che poi magari si mette a piangere e fa anche un po' strano.
Penso che le signore che stanno chiacchierando in sottofondo mentre Jessica parla, sono peggio dei bambini a scuola :) (e infatti sono anche state minacciate di essere cambiate di posto!).
Penso che Lomas de Carabayllo, nonstante sia un deserto polveroso in cui l'acqua non arriva e si vive in baracche, mi piace molto più di Lima.
Penso che qui la gente si è dimostrata più accogliente e tutto mi fa meno paura.
Penso che vorrei riuscire ad imparare almeno un decimo di tutte le informazioni nuove che mi bombardano ogni giorno, i modi che vedo di fare le cose, di vivere, di rapportarsi, di lavorare...

Penso tutto questo (e molte altre cose che è difficile mettere per iscritto), ma nel frattempo ascolto tutto, guardo tutti, fino a che non arriva l'ora in cui Chicho deve accompagnarmi in macchina a vedere che lavoro fanno Carla, Riccardo e Moises.

Il taller, infatti, fa parte del progetto Lomas de Carabayllo, che include anche dei laboratori di formazione per imparare a fare lavori di muratura, in particolare a costruire i bagni di cui le case a Carabayllo sono sprovviste.

Carla si occupa di andare casa per casa a fare visita alle famiglie che vogliono aderire al progetto, spiega le condizioni e fa riempire dei moduli. I due ingegneri, Moises e Riccardo (Casco Bianco come me), prendono le misure e disegnano il bozzetto del progetto della casa incorporando il nuovo bagno.

Io non ne capisco molto e, anche se le cose che non so mi affascinano sempre, finisco per aspettare fuori della porta scattando foto come una turista giapponese.

Ed è lì che, accorgendomi di essere fissata da due signore del luogo, finisco per mettermi a chiacchiera (come nella miglior tradizione spettegolatrice che ci unisce dall'inizio dei tempi) e mi dicono che invidiano il colore chiaro dei miei occhi, rispondo loro che spesso desideriamo quello che non abbiamo; da lì, si passa ai tratti ereditari, quindi della famiglia e inizio a mostrare le foto della mia, come ho fatto tante volte in molte altre occasioni, in altri paesi.

È questo che intendo quando dico che, in fondo, c'è un mondo uguale a qualsiasi latitudine o longitudine.
Basta lasciare entrare le persone.

01 marzo 2012

El Agustino

Passi la vita a studiare, esami su esami, libri su libri. Fino a che un giorno arrivi in un altro paese, in un altro continente, in un'altra casa che è diversa da tutto ciò che sei solita attribuire a quel termine e allora ti rendi conto che in realtà non sai proprio un cazzo.

La tua cultura scolastica europea è solo teoria.
Tu sei solo teoria.
La pratica, la vita vera, te la insegnano gli altri.

Questa è una delle poche cose che ho chiare mentre bevo la gazzosa che mi è stata offerta dalla padrona di casa, una signora rotondetta, ma dai lineamenti del viso spigolosi, che ci sta spiegando l'importanza di educare i figli per non farli diventare dei perdigiorno o, peggio, dei pandilleros (membri di gang giovanili).

Siamo a El Agustino, un distrito di Lima molto povero che ha iniziato a formarsi a partire dall'invasione violenta del Cerro San Pedro nel 1947.
È formato da una parte bassa un po' più decorosa rispetto a quella alta e da vari cerros, colline terrose e scoscese dove non ci sono nient'altro che baracche addossate ad altre baracche e scale che permettono di spostarsi da un punto all'altro, popolate da cani nient'affatto amichevoli.

Arriba del cerro

La signora ci ha fatto vedere la "casa", in particolare ci ha fatto vedere come ha sistemato le due stanze (dei piccoli alloggi costruiti con pareti di legno e una lamiera come tetto) che ASPEm l'ha aiutata a costruire per farci dormire i suoi figli (prima erano tutti ammassati in una stanza, nello stesso letto assieme ai genitori).

Questa è una delle azioni che rientrano nel progetto Cerros Seguros, che è focalizzato sulla prevenzione degli abusi sessuali sui bambini e sulle bambine.

M'imbarazza sentirla ripetermi "gracias señorita, de verdad" come se io c'entrassi qualcosa, come se fosse anche merito mio. Mai come in questo momento mi sento di non aver fatto niente di niente in vita mia e l'ultima cosa che penso di meritarmi è un ringraziamento.

Glielo vorrei dire, ma invece mi chiudo in un sorriso imbarazzato, continuando ad annuire e a bere gazzosa, assolutmanete incapace di capire se sia giusto esprimere quello che sento in quel momento.

Questa è un'altra grossa difficoltà che ho incontrato a Lima: non so mai nulla, non so come parlare, come decifrare i segni, i segnali, quello che posso dire o quello che è meglio tacere, non so come dire le cose, come approcciare le persone, non so quando mi stanno ingannando, quando mi disprezzano, chi è potenzialmente pericoloso, non riesco a capire a chi invece piaccio, a chi, in fondo in fondo, ispiro simpatia...

Mi sento come un elefante in una cristalleria, dove ogni passo che muovo, potrebbe potenzialmente causare danno.

Spesso vorrei dire alle persone, per esempio, che di base non c'è tanta differenza tra Lima e l'Italia.
Ma poi so che, detta così, potrebbe sembrare un'affermazione superficiale, da gringa appunto: che sono cieca che non le vedo le differenze? Sì, lo so, ce ne sono.
Quindi dovrei mettermi a chiarire il concetto, contestualizzare, spiegare come certe vicende umane, seppur cambiando contesto, restano le stesse; raccontare come io invece senta di avere tanto in comune con le persone che ho di fronte, che invece spesso vedono solo il colore della mia pelle e gli occhi chiari e le uniche parole che mi rivolgono sono "Buenos días, señorita" senza guardarmi nemmeno in faccia.

E così resto lì in silenzio, osservo, ascolto, appunto questi pensieri sul taccuino, alcuni poi li scriverò sul blog.

Per il momento (e forse per molti giorni a venire), questa è l'unica cosa che mi sento di poter fare.