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14 ottobre 2011

#occupiamobancaitalia e il manifestare italiano

Quando gli italiani, FINALMENTE, protestano e scendono in piazza, invece di esultare nell'appurare che allora, forse, dell'orgoglio e della voglia di cambiare le cose c'è anche in questa disgraziata nazione, che fanno gli altri, quelli che rimangono a guardare? Criticano il momento, il modo, le parole…

M'innervosisce l'atteggiamento radical chic dei molti italiani crumiri, dei giornalisti "io non ho paura di dire cose impopolari" a tutti i costi e dei così detti "intellettuali di sinistra".

In generale mi ha stufato questa spocchia con cui la gente si mette dietro a un microscopio per studiare gli altri come fossero formiche, mi hanno stufato quelli che pensano così di poter essere assolti per non voler sporcarsi le mani, come Pilato.

Si può essere d'accordo o no con i manifestanti, si può criticare un atteggiamento violento, determinati episodi, ma si dovrebbe anche fare una scelta, decidere se anche noi vogliamo cambiare qualcosa, nonostante i mille difetti che si possono trovare nel modo di farlo delle altre persone, se vogliamo stare dalla parte di quelli che agiscono o di quelli che parlano e basta.

Per lo meno chi scende in piazza si mette in gioco, chi manifesta crede ancora in qualcosa, non si aggrappa al proprio trespolo di cinismo gracchiando amenità come fanno molti italiani, come fanno molti di noi.

Come mi è capitato di dire a un amico giusto ieri sera, nonostante mi classifichi nel gruppo dei cinici (e in alcuni casi, lo ammetto, dei radical chic), non è mai stato dal cinismo che è nato il progresso, ma sempre dall'utopia.


27 agosto 2008

L'ipocrisia del "politicamente corretto"


Dopo un episodio personale accadutomi giusto ieri sera, mi sono venute in mente un paio di riflessioni che vorrei appuntarmi qui:

Accettare le critiche è segno d'intelligenza, anche se, di fatto, è molto difficile riuscirvi.
Tutti si credono qualcuno e per questo motivo non sopportano il giudizio altrui, le critiche, le aspettative: incapaci di sopportarne il peso, siamo sempre più arroganti e  pretenziosi, ma al tempo stesso più fragili.

Dare giudizi, soprattutto superficiali, è una caratteristica intrinseca dell'essere umano: è irrealistico aspettarsi che la gente non ti soppesi, non ti inquadri e non sputi sentenze. E' l'unico modo maldestro che conosciamo per crearci sicurezze e parametri di misura delle cose. I metri di giudizio, le verità, i sentimenti, sono tutte cose soggettive, quindi perché mai dovrebbe valere più l'opinione di uno sconosciuto che la nostra?

Secondo me l'intelligenza, come in tutte le altre cose della vita, sta nel tendere verso un equilibrio: prendere le critiche, elaborare quelle che possono essere costruttive e lasciarsi scivolare addosso le altre. Separare il grano dalla crusca, insomma.
Ebbene sì, è la scoperta dell'acqua calda, ma non trovo soluzioni originali che siano più adatte di questa, magari un po' banale, ma non per questo meno vera.

Siamo pieni di opinionisti e di critici che non sono altro che ipocriti che si nascondono dietro quella brodaglia indistinta che è il "politicamente corretto", perciò ben vengano persone schiette che non hanno paura delle conseguenze delle parole di una lingua senza briglie, ben vengano persone che dimostrano di averlo ancora questo senso critico di cui tutti parlano e al quale tutti ci esortano, ma che si sta estinguendo come i panda e le tartarughe!

La verità è che procediamo tutti alla cieca e dovremmo limitarci a farlo nel modo più corretto possibile nei confronti degli altri, rimanendo coerenti al nostro modo di pensare e fedeli al nostro cuore.