13 giugno 2011

Leggere è un rituale mistico

Molte ore della vita fin qui trascorse le ho vissute leggendo.
E mi piace dirlo così, in un incipit da poema epico.
Ho letto di tutto: libri per bambini, classici, gialli, horror, fantasy, biografie, antologie, poesie, saggi, romanzi d'ogni sorta, di ogni provenienza geografica,...

C'era un periodo, proprio da bambina, in cui il tempo della vita attiva non era tiranno e potevo concedermi il lusso di scegliere in modo del tutto casuale: compravo libri a caso, lasciandomi attirare dal nome o dalla copertina, senza leggerne la sinossi, pescando i volumi dagli scaffali come caramelle da una scatola ai gusti assortiti. Mi piacevano la sorpresa, la scoperta, il dono inaspettato dell@ sconosciut@ che aveva prodotto, attraverso un processo per me inimmaginabile e quasi mistico, il ribollire di parole di cui il mio cervello e la mia anima si nutrivano, dell@ stranier@ che cercavo sempre di riconoscere nascosto tra le righe, disseminato tra periodi, lettere e capoversi, tentando d'immaginarlo e di ricostruirne la mente, i pensieri, i sentimenti che dovevano stare a monte e al contempo intrecciati in essi.

Non ho mai desiderato conoscere "realmente" gli autori, perché fin da allora sospettavo che la loro forma umana non sarebbe stata all'altezza dei mondi interiori che esternavano e a cui riuscivano a dare vita fisica nelle loro opere cartacee: avevo paura che l'essere umano, seppur padre e madre di quelle creature, potesse sbriciolare con la sua sola presenza materiale tutti i significati, i simboli, i sogni, i pensieri, le frasi che erano scaturiti dalla mia immersione nelle sue parole. Non avrei mai tollerato una delusione simile.

Proprio come nella celebrazione dei Misteri, per conservare il proprio valore e la propria aurea di sacralità, le parole non dovevano mantenere alcun legame reale con l'essere reale che le aveva scritte, pur trasudando al contempo realtà e sogno da ogni lettera, da ogni segno.

È un paradosso?
Lo è, come ogni sacro mistero, ogni sacro miracolo che si rispetti.

Arrivata all'università, ho quasi smesso di leggere (intendo ogni tomo che non fosse oggetto d'esame).
Credo sia stato allora che ho cominciato la selezione: da un lato compravo libri che trattavano temi precisi che avevano suscitato in me dell'interesse durante le lezioni; dall'alro ho cominciato a stilare una lista dall'orrendo e ripugnante titolo "Libri da comprare" dove venivano e vengono tutt'ora inseriti opere di cui ho letto recensioni interessanti, che mi hanno attratto per il tema trattato, libri che ho trovato citati in altri libri che mi sono piaciuti particolarmente, libri che mi sono sembrati degni di essere letti per averne assaggiato qualche pagina durante una delle mie frequenti incursioni-pellegrinaggio in libreria.

Da quando vivo a Madrid, ho cominciato a sperimentare un nuovo modo di leggere, sempre quantitativamente inferiore rispetto a quello della mia "gioventù", ma assiduo e costante. Mi sono ritrovata ad essere una lettrice a piccole dosi, la lettura è diventata come un pasto veloce, come una medicina da assumere a intervalli regolari.
Non ha più l'intensità dell'esperienza totalizzante che assorbiva ogni mia facoltà intellettuale e ogni forza fisica. Non faccio più profonde immersioni, lunghi viaggi mentali, la lettura non mi isola più dal mondo stordendo il mio senso della realtà, non sono più la mangiatrice di libri di un tempo, che poteva tranquillamente bruciare 350 pagine in tre giorni scarsi (a volte anche meno): la pressante vita esterna me lo rende quasi impossibile.

Ho così compreso sulla mia pelle un brano di Pennac che all'epoca, quando lo lessi, trovai abbastanza idealista e, per questo, fastidioso:
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana - assennato simbolo del suddetto dovere - finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare?
Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.

(Daniel Pennac, Come un romanzo)

A Madrid mi sono convertita anch'io in una lettrice da metropolitana, una rosicchiatrice di attimi e parole.
Ed è grazie a questo che, per esempio, assocerò per sempre Fernando Pessoa e Bernardo Soares a questa città e a questo periodo della mia esistenza, perché in realtà sono stati proprio loro i miei più fedeli compagni di viaggio fino a Moncloa e ritorno per mesi.

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