22 aprile 2011

L'ottavo vizio capitale: la perversione delle parole.

Così fu che i criminali divennero perseguitati,
i magistrati brigate rosse,
gli attivisti per i diritti umani "amici dei terroristi"
i mafiosi uomini d'onore
gli insegnanti irretitori
gli avversari politici "gente che odia"
vendere il proprio corpo in cambio di regalie libertà.

E si potrebbe continuare per pagine e pagine.

Questa perversione delle parole mi fa vomitare.

Anche se dentro me regna un istinto alla ribellione e all'intolleranza, mi rendo conto che per decostruire questo tipo di linguaggio che ci hanno abituato a sentire e usare negli ultimi 15 anni, i toni non possono essere che pacati. Anche se pacati non significa meno inequivocabili e decisi.

Abbiamo molto, ma molto bisogno di verità, di sincerità e schiettezza, ma non possiamo praticare né verità né giustizia senza dismettere i panni degli strilloni da strada, degli ultrà da stadio che parteggiano per una fazione mentre tutti gli altri "devono da mori'!".

Non può, o meglio, NON DEVE esistere una democrazia delle fazioni, dove i benefici sono solo per i vincitori. Uno Stato democratico tutela TUTTA una nazione, soprattutto le sue minoranze. È con questo metro che se ne può misurare il corretto funzionamento.

Parliamo continuamente, le nuove tecnologie ci aiutano a metterci in contatto sempre di più e più rapidamente, si aprono infinite tavole rotonde e "spazi di dialogo", ma non comunichiamo davvero e gli spazi di dialogo rimangono fittizzi, perché appena si tenta di dire davvero qualcosa, di interagire non solo sparando slogan unilaterali, si viene sommersi da una quantità di insulti e grida (virtuali e non) che è materialmente impossibile farsi capire.

La nostra mente si è abituata ad aggredire (verbalmente e non) la diversità, come fanno i globuli bianchi con un corpo estraneo all'organismo.

Io credo che una delle possibili soluzioni (o, per lo meno, tentativo di risoluzione) potrebbe essere quello che Jürgen Habermas chiamava agire comunicativo, un tipo di comunicazione volta alla reciproca comprensione.

Disgraziatamente, credo che siamo molto più vicini allo scenario inquietante e tetro che profilò Orwell in 1984 diversi anni or sono, che a quello di una società che compie collettivamente lo sforzo di comprendersi reciprocamente.

E questo mi fa davvero paura.
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