03 marzo 2012

Tutto il mondo è paese (o quasi)

"Tutti si lamentano, ma nessuno fa niente"
"Abbiamo vicino casa una discarica che fa ammalare noi e i nostri figli"
"I politici pensano solo ai fatti loro, non ci rappresentano, sono assenti"
"Dobbiamo organizzarci e uniti far valere i nostri diritti".
Dalla lista stilata qua sopra, dove direste che potremmo essere?
In qualsiasi paese del sud Italia, per esempio, no?
Se non considerassimo la discarica, anche nel Nord o nel Centro della Penisola.

Invece siamo a Lomas de Carabayllo, per la precisione a un taller de ciudadania (un corso di formazione volto a rafforzare l'esercizio delle cittadinanza attiva) tenuto da Jessica, una psicologa di ASPEm che ha radunato una ventina di abitanti della zona, i quali adesso mi stanno spiegando cosa sono le Lomas, cosa significa viverci, quali sono i loro problemi e cosa vorrebbero che migliorasse.


Non mi guardano negli occhi ed è una cosa che succede spesso, non ho capito se per vergogna o per spregio, ma potrebbe dipendere anche dal fatto che sono gringa e questo qui conta abbastanza, in qualsiasi contesto.

Però io ascolto, attenta e verso la fine del giro d'interventi, vedo che poco a poco qualcuno si arrischia ogni tanto a guardarmi in faccia, anche se di sfuggita.
Mentre mi faccio dare una di quelle lezioni che non dimenticherò, mille pensieri mi attraversano il cervello.

Penso che non dovrei essere trattata da señorita, ma da pari.
Penso a quanto è difficile comunicare, che tra me e queste persone c'è un muro invisibile.
Penso a quanto mi sento simile a loro.
Penso che mentre si autodefiniscono analfabeti e poveri, in certi casi con gli occhi bassi e con tracce di quella che io interpreto come vergogna, in realtà si siminuiscono terribilmente: non sanno quanto mi stanno insegnando e quanto possono insegnare al mondo intero.
Penso al disagio di essere qui in piedi, strabianca e straeuropea, tentando di spiegare cosa cavolo sono venuta a fare qui. E mentre cerco di spiegarlo, mi rendo conto di quanto possa suonare pretenzioso e ridicolo.
Penso che Jessica dev'essere molto brava nel suo lavoro e che ha avuto un'idea brillante nel lasciare che la lezione me la facessero quelli che ne sanno di più, i diretti interessati.
Penso a quanto mi piace ascoltarli, a quanto vorrei che la gente si fidasse di più di me e mi parlasse ancora e ancora e sempre di più.
Penso che vorrei prendere in collo la bambina con le treccine che ha tutta la faccia appiccicosa di chupete, ma che poi magari si mette a piangere e fa anche un po' strano.
Penso che le signore che stanno chiacchierando in sottofondo mentre Jessica parla, sono peggio dei bambini a scuola :) (e infatti sono anche state minacciate di essere cambiate di posto!).
Penso che Lomas de Carabayllo, nonstante sia un deserto polveroso in cui l'acqua non arriva e si vive in baracche, mi piace molto più di Lima.
Penso che qui la gente si è dimostrata più accogliente e tutto mi fa meno paura.
Penso che vorrei riuscire ad imparare almeno un decimo di tutte le informazioni nuove che mi bombardano ogni giorno, i modi che vedo di fare le cose, di vivere, di rapportarsi, di lavorare...

Penso tutto questo (e molte altre cose che è difficile mettere per iscritto), ma nel frattempo ascolto tutto, guardo tutti, fino a che non arriva l'ora in cui Chicho deve accompagnarmi in macchina a vedere che lavoro fanno Carla, Riccardo e Moises.

Il taller, infatti, fa parte del progetto Lomas de Carabayllo, che include anche dei laboratori di formazione per imparare a fare lavori di muratura, in particolare a costruire i bagni di cui le case a Carabayllo sono sprovviste.

Carla si occupa di andare casa per casa a fare visita alle famiglie che vogliono aderire al progetto, spiega le condizioni e fa riempire dei moduli. I due ingegneri, Moises e Riccardo (Casco Bianco come me), prendono le misure e disegnano il bozzetto del progetto della casa incorporando il nuovo bagno.

Io non ne capisco molto e, anche se le cose che non so mi affascinano sempre, finisco per aspettare fuori della porta scattando foto come una turista giapponese.

Ed è lì che, accorgendomi di essere fissata da due signore del luogo, finisco per mettermi a chiacchiera (come nella miglior tradizione spettegolatrice che ci unisce dall'inizio dei tempi) e mi dicono che invidiano il colore chiaro dei miei occhi, rispondo loro che spesso desideriamo quello che non abbiamo; da lì, si passa ai tratti ereditari, quindi della famiglia e inizio a mostrare le foto della mia, come ho fatto tante volte in molte altre occasioni, in altri paesi.

È questo che intendo quando dico che, in fondo, c'è un mondo uguale a qualsiasi latitudine o longitudine.
Basta lasciare entrare le persone.
Posta un commento