01 marzo 2012

El Agustino

Passi la vita a studiare, esami su esami, libri su libri. Fino a che un giorno arrivi in un altro paese, in un altro continente, in un'altra casa che è diversa da tutto ciò che sei solita attribuire a quel termine e allora ti rendi conto che in realtà non sai proprio un cazzo.

La tua cultura scolastica europea è solo teoria.
Tu sei solo teoria.
La pratica, la vita vera, te la insegnano gli altri.

Questa è una delle poche cose che ho chiare mentre bevo la gazzosa che mi è stata offerta dalla padrona di casa, una signora rotondetta, ma dai lineamenti del viso spigolosi, che ci sta spiegando l'importanza di educare i figli per non farli diventare dei perdigiorno o, peggio, dei pandilleros (membri di gang giovanili).

Siamo a El Agustino, un distrito di Lima molto povero che ha iniziato a formarsi a partire dall'invasione violenta del Cerro San Pedro nel 1947.
È formato da una parte bassa un po' più decorosa rispetto a quella alta e da vari cerros, colline terrose e scoscese dove non ci sono nient'altro che baracche addossate ad altre baracche e scale che permettono di spostarsi da un punto all'altro, popolate da cani nient'affatto amichevoli.

Arriba del cerro

La signora ci ha fatto vedere la "casa", in particolare ci ha fatto vedere come ha sistemato le due stanze (dei piccoli alloggi costruiti con pareti di legno e una lamiera come tetto) che ASPEm l'ha aiutata a costruire per farci dormire i suoi figli (prima erano tutti ammassati in una stanza, nello stesso letto assieme ai genitori).

Questa è una delle azioni che rientrano nel progetto Cerros Seguros, che è focalizzato sulla prevenzione degli abusi sessuali sui bambini e sulle bambine.

M'imbarazza sentirla ripetermi "gracias señorita, de verdad" come se io c'entrassi qualcosa, come se fosse anche merito mio. Mai come in questo momento mi sento di non aver fatto niente di niente in vita mia e l'ultima cosa che penso di meritarmi è un ringraziamento.

Glielo vorrei dire, ma invece mi chiudo in un sorriso imbarazzato, continuando ad annuire e a bere gazzosa, assolutmanete incapace di capire se sia giusto esprimere quello che sento in quel momento.

Questa è un'altra grossa difficoltà che ho incontrato a Lima: non so mai nulla, non so come parlare, come decifrare i segni, i segnali, quello che posso dire o quello che è meglio tacere, non so come dire le cose, come approcciare le persone, non so quando mi stanno ingannando, quando mi disprezzano, chi è potenzialmente pericoloso, non riesco a capire a chi invece piaccio, a chi, in fondo in fondo, ispiro simpatia...

Mi sento come un elefante in una cristalleria, dove ogni passo che muovo, potrebbe potenzialmente causare danno.

Spesso vorrei dire alle persone, per esempio, che di base non c'è tanta differenza tra Lima e l'Italia.
Ma poi so che, detta così, potrebbe sembrare un'affermazione superficiale, da gringa appunto: che sono cieca che non le vedo le differenze? Sì, lo so, ce ne sono.
Quindi dovrei mettermi a chiarire il concetto, contestualizzare, spiegare come certe vicende umane, seppur cambiando contesto, restano le stesse; raccontare come io invece senta di avere tanto in comune con le persone che ho di fronte, che invece spesso vedono solo il colore della mia pelle e gli occhi chiari e le uniche parole che mi rivolgono sono "Buenos días, señorita" senza guardarmi nemmeno in faccia.

E così resto lì in silenzio, osservo, ascolto, appunto questi pensieri sul taccuino, alcuni poi li scriverò sul blog.

Per il momento (e forse per molti giorni a venire), questa è l'unica cosa che mi sento di poter fare.
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