01 novembre 2010

La tana del Bianconiglio

Vedendo, leggendo, ascoltando, guardando, sentendo, avvertendo fin nella pelle tutto l'orrore del mondo, tutte le cose malefiche che accadono ogni secondo in ogni angolo del pianeta, mi chiedo (a parte il senso - questione atavica che rimarrà sempre insoluta) perché mi sono andata a scegliere un percorso di vita e di lavoro che non fa che immergermi sempre più profondamente nel viluppo della disuguaglianza, del dolore, dell'aberrazione.

Una volta che cadi nella tana del Bianconiglio, non ne puoi più uscire: continui a precipitare, senza mai toccare il fondo, che si impara presto che c'è sempre da scavare più in basso. Allo stesso modo, una volta che ci si sia affacciati su certe scomodissime realtà, che mettono a nudo anche certe nostre inadeguatezze, le nostre colpe di "uomini bianchi", di "occidentali", di privilegiati, non è più possibile ignorarle, per quanto certe volte, egoisticamente, vorremmo tornare a farlo, scegliendo la pillola blu, invece della rossa.

Perché è troppo, troppo per chiunque, vivere nella perpetua e costante certezza che la vita è crudele, che la nostra esistenza e il nostro sviluppo sono basati sull'ingiustizia, la disuguaglianza e lo sfruttamento, che la morte è una condizione quasi più umana della vita stessa. È dura accettare di essere (anche) dalla parte del male.

L'unica spiegazione che riesco a darmi, è che ho sempre voluto conoscere, sapere il perché delle cose. Non posso quindi lamentarmi se in questo continuo viaggio, in questa convulsa e angosciante ricerca di senso che la mia specie si porta dentro (e che forse un giorno sarà la causa della sua estinzione), quello che emerge mi fa star male: non è altro che realtà, nuda e cruda. La realtà delle cose è questa ed è inumana (o forse profondamente umana, a seconda dell'essenza che attribuiamo al genere).

Io non posso far altro, in maniera altrettanto istintiva, che provare ad essere una di quelle gocce nel mare a favore del buono che esiste su questa terra, in mezzo a questi sei miliardi di persone.

Non è voglia di sentirsi migliori, non è tentare di lavarsi la coscienza: è una necessità impellente.
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