28 aprile 2009

Essere o non essere (se stessi)

Si dice che risulta difficile non essere se stessi, non abbandonarsi alla propria natura e si anela ad esserlo come si trattasse di una liberazione.

Ma dove stanno tutta questa libertà e questa liberazione, nell’essere se stessi?

Io mi sento in catene, legata a filo doppio a questa me che non so se mi piace, ma che so essere l’unica che mi appoggerà sempre, l’unica a cui chiedere aiuto nel momento del bisogno e alla quale aggrapparmi quando sento le forze venir meno.

E’ faticoso, è una lotta continua contro tutto e tutti, rimanere se stessi, per cosa poi alla fine?
Sono più le privazioni e i sacrifici che si fanno, che il sollievo di sapere che si è rimasti fedeli a se stessi, coerenti, in pace con la coscienza.

E invece no, perché io non mi sento mai né in pace, né a posto con la coscienza.
Eppure non c’è momento in cui non mi sforzi di fare la cosa giusta, in cui non mi senta coerente a me stessa, in cui non mi analizzi, non mi processi…

Ma alla fine, insieme alla coerenza e alla consapevolezza di aver fatto del proprio meglio, seguendo le proprie convinzioni e i propri ideali, resta solo la stanchezza e la voglia di non combattere più.

Essere se stessi non è affatto una liberazione. E’ una tortura psicologica continua. Certi giorni mi abbandonerei volentieri a diventare ciò che ciascuno in quel momento vuole che io sia, senza tanti pensieri, senza dilemmi di coscienza né privazioni dovute a questa me che m'impone di fare ciò che ritiene giusto. Finirei col disprezzarmi? Forse, ma alla fine a noi stessi perdoniamo quasi tutto, dal momento che siamo coinquilini non sfrattabili.

A nessuno piacciono le persone integre, coerenti, che rimangono se stesse.
Lo so che se provassi a chiedere in giro, nessuno (o quasi) mi risponderà "Sì, a me piacciono le persone che si adattano alle mie esigenze, voglio vicino solo chi è in grado di plasmarsi in base a me", ma in realtà, spesso, è solo ipocrisia e vergogna di dire ciò che si desidera davvero.

Una persona coerente, è una persona scomoda. Arriverà sempre il momento dell’attrito, inevitabilmente. La persona plastica, evita lo scontro, addolcisce la realtà con le sue curve di plastilina e rende meno amara la pillola a chiunque.

Sono stanca.
Stanca di lottare per rimanere me stessa nonostante tutto remi in direzione contraria per cambiarti e plasmarti.
Stanca di dover sempre fornire giustificazioni e di adottare "l’agire comunicativo" di Habermas, quello volto alla comprensione (che tanto poi non ti comprende mai nessuno e l’unico pirla che fa lo sforzo di Sisifo sei te).
Stanca che la gente (anche se a fin di bene) mi rifili la cazzata che alla fine, l’importante, è riuscire a guardarsi allo specchio, la mattina.
Io, nello specchio, nemmeno mi ci vedo più.

In conclusione, con ironia di shakespeariana memoria, il Darwin che ho sempre tanto odiato, alla cui visione arida della vita non mi sono mai voluta arrendere, mi ha vinta definitivamente: o ci si adatta e quindi ci si evolve, oppure siamo destinati all’estinzione.

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