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30 aprile 2013

Qualcuno aveva delle fissazioni




Qualche giorno fa, all'International Festival Journalism di Perugia, durante il panel "Donne nei media: qual è il problema e come risolverlo", ascoltavo Luisella Costamagna dire che anche le donne si remano contro, sia contro loro stesse che l'una contro l'altra e che dovremmo smettere con questo atteggiamento.

Sono molto d'accordo con queste affermazioni, ma mi chiedo: come si fa a cancellare anni di storia, anni di sottomissione a modelli preconfezionati da un sistema maschilista che ha relegato le donne in ruoli subordinati, che le ha abituate a vedersi e a concepirsi solo in alcuni modi, che ha insegnato loro a perseguire solo alcuni dei molti obiettivi possibili (il matrimonio, la maternità, l'insegnamento, la cura della casa, della famiglia, ecc...)? 

Quando avevo 14 anni, una compagna di scuola un anno più piccola, mi illustrò questa parabola: "Noi donne siamo come mele sul banco del fruttivendolo: ognuna cerca di essere più lustra delle altre per essere comprata."

Se fin da bambine interiorizziamo principi come questo, è naturale scagliarci contro la donna che non rientra in questa logica, è facile usare criteri di valutazione che derivano da questa concezione di se stesse e delle altre. Quanta colpa c'è in questo? Se non riusciamo ad immaginarci in ruoli differenti, se abbiamo interiorizzato a tal punto secoli di schiavitù patriarcale e machista, possiamo davvero assumerci al 100% la responsabilità dei nostri atteggiamenti maschilisti? Quanta responsabilità, se non si riescono a immaginare modelli diversi? 

Ci vogliono donne creative e "anomale" per uscire da questi schemi, credo, come la prima che decise di volare, o di essere medico, ecc... Donne che riescano a immaginare scenari, ruoli, dinamiche differenti.

A quel punto, credo che sorga un altro problema: nasce il conflitto, interno ed esterno: come si concilia il bisogno di libertà con quello di sentirsi accettate, integrate in una collettività che inevitabilmente limita quella libertà? Come si concilia il bisogno di sentirsi affrancate dall'appartenenza a un sesso per acquisire finalmente lo status di semplice essere umano con l'imperativo di lottare per i diritti di una parte di quell'umanità (quella femminile) vituperata nei secoli e alla quale apparteniamo per nascita? Come impedire che tutte le piccole umiliazioni e forzature che fin da piccole siamo costrette a subire non intacchino la nostra capacità di autoimmaginazione e autodefinizione, senza trasformarci a nostra volta nei peggiori maschilisti censuratori e autocensuranti?

Cosa rispondere a chi dice che siamo acide, zitelle, fissate, donne che odiano gli uomini perché portiamo avanti una lotta in cui crediamo fermamente, ma che finisce per portare allo sfinimento e frustrare anche noi?

Perché, oltre alle pressioni degli uomini, devo accettare di sentirmi dire da una ragazza della mia età, che ho sempre reputato forte e libera, che la realtà dei fatti è che noi donne non siamo capaci di maneggiare il potere? Perché sarei acida o "non avrei capito" se rispondo per le rime agli amici che fanno "battute" sessiste?

Io amo poche persone selezionate, donne e uomini, di che sesso siano in realtà poco m'importa e vorrei potermi sentire libera e alla pari con ogni persona e in ogni situazione. Non m'illudo che un giorno sarà raggiunta la piena parità, come non saranno appianate tutte le immense disparità di cui è pieno il mondo (ricchi e poveri, "primo" e "terzo" mondo, ...), ma ho intenzione di lottare con tutte le mie forze affinché i divari e le disparità, di sesso e di qualsiasi altra cosa, si riducano il più possibile.

Ho queste convinzioni, ma mi è stato detto che si chiamano fissazioni.

02 dicembre 2011

Se il femminismo è un brand

L’emarginazione che le donne hanno conosciuto per secoli è stata sostituita con un’integrazione pagata al prezzo di una amara spogliazione di se stesse, deprivazione del corpo-mente attraverso l’imperativo del godimento imposto o dell’auto-oggettivazione egotica delle proprie attrattive sessuali (le tette, parti anatomiche animate da una vita loro propria “diversa da quella della proprietaria”). Uno scenario nel quale le donne devono assumere un “Io” positivo e performante, quasi fosse anch’esso un prodotto, un oggetto di consumo che si acquista senza fatica in un centro commerciale e non una concezione del sé, sfondo di pulsioni ignote, imperscrutabili, infinite. Questo femminile “estroflesso”, addomesticato, cordiale, deciso, megalomane ma disposto alla cooperazione, diventa utile al capitale per tradurre il versante umano (quella che si direbbe l’anima premoderna) nel senso della sua redditività. 
[...]
Vivono nel lavoro e di notte, si spostano in gruppo, sono curate, depilate, si dichiarano femministe dentro l’infingimento di un perenne divertimento e dentro una liberazione sessuale compulsiva, livida e meccanica collegata alla complessiva (dis)erotizzazione della società.

Cristina Morini, Se il femminismo è un brand (su Carmilla)

08 febbraio 2008

Perché le donne sono tanto più interessanti per gli uomini che gli uomini per le donne?

"Vorrei che le donne riuscissero a capire il proprio vero ruolo in modo libero, fuori delle aspettative tradizionali, dei pregiudizi sociali ancora vivi nella mentalità corrente e sanciti da una legislazione che contribuisce a questa perdita della specifica identità femminile attraverso formalità che favoriscono i comodi e astratti privilegi maschili, lasciando alle donne solo faticosi e concreti doveri: come quello di essere in primo luogo madri esemplari (ossia prive di ego), preferibilmente casalinghe e, anche quando lavoratrici, sempre comunque subalterne a qualcuno o qualcosa."
Yuko Tsushima




"No, non voglio essere una delle vostre donne confezionate col cellophane.
Non voglio essere presenza tenera di piccole risate e di sorrisi stupidamente allettanti e dovermi sforzare di essere quel tanto triste e ammiccante e al tempo pazza e imprevedibile e poi sciocca e infantile e poi materna e puttana e poi all'istante ridere pudica in falsetto a una vostra immancabile trivialità."
Ulrike Meinhof

28 dicembre 2007

Appello contro la moratoria sull'aborto


Qua sotto alcuni dei passi salienti dell'appello contro la moratoria sull'aborto che mi hanno trovato particolarmente d'accordo:

"Siamo davvero stufe che i nostri corpi e le nostre vite vengano invase da discorsi opportunistici e di bottega."

"La questione della libera scelta della maternità non deve più essere argomento su cui imbastire lotte per poltrone e potere politico."

"Utilizzare la moratoria sulla pena di morte per fare un parallelo con l’aborto è arrampicarsi sugli specchi. Infatti non c’è nesso logico tra una decisione che per legge uno Stato prende per togliere la vita di qualcuno che è nato ed ha diritti anche se ha commesso qualche grave delitto, e la decisione di una donna di far nascere, amare e crescere un figlio o di non poterlo fare per motivi che riguardano le sue singole e personalissime decisioni di vita e di coscienza."

"Il femminismo italiano, come ha ricordato Adriana Cavarero intervistata da Il Foglio, ha già ribadito che sul corpo e sulla sessualità, sulle decisioni di vita delle donne non si deve legiferare, pertanto nessun appello ad un "diritto universale" a favore di ipotetici nascituri può permettersi di andare a contrastare con il diritto di autodeterminazione (autonomia) e di libera scelta che è tra l’altro anche uno dei fondamenti della bioetica, e che spetta a ogni donna."

"Noi donne, di nuovo trattate pubblicamente come contenitore da maneggiare in talk show abbiamo ora il compito di gridare forte non solo il nostro NO a queste strumentalizzazioni."

"In questa società nella quale il diritto alla vita è sempre più messo in pericolo, e non certo per le scelte della popolazione femminile ma semmai per la cultura scellerata maschilista che ci considera proprietà del marito, del fidanzato, del padrone, dello Stato, noi donne dobbiamo rivendicare la nostra responsabile autodeterminazione."

Potete firmare all'indirizzo e-mail andremonia@genie.it