02 dicembre 2011

Se il femminismo è un brand

L’emarginazione che le donne hanno conosciuto per secoli è stata sostituita con un’integrazione pagata al prezzo di una amara spogliazione di se stesse, deprivazione del corpo-mente attraverso l’imperativo del godimento imposto o dell’auto-oggettivazione egotica delle proprie attrattive sessuali (le tette, parti anatomiche animate da una vita loro propria “diversa da quella della proprietaria”). Uno scenario nel quale le donne devono assumere un “Io” positivo e performante, quasi fosse anch’esso un prodotto, un oggetto di consumo che si acquista senza fatica in un centro commerciale e non una concezione del sé, sfondo di pulsioni ignote, imperscrutabili, infinite. Questo femminile “estroflesso”, addomesticato, cordiale, deciso, megalomane ma disposto alla cooperazione, diventa utile al capitale per tradurre il versante umano (quella che si direbbe l’anima premoderna) nel senso della sua redditività. 
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Vivono nel lavoro e di notte, si spostano in gruppo, sono curate, depilate, si dichiarano femministe dentro l’infingimento di un perenne divertimento e dentro una liberazione sessuale compulsiva, livida e meccanica collegata alla complessiva (dis)erotizzazione della società.

Cristina Morini, Se il femminismo è un brand (su Carmilla)
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