28 marzo 2009

Roberto Saviano a "Che tempo che fa"

Io ogni tanto penso a Roberto solo come ad un uomo, senza guardare al simbolo che è diventato.
Anche perché penso che forse la sua sia stata, sì, una scelta, ma che ci si sia trovato un po' anche per caso, in questa situazione (e badate che io al caso ci credo fino ad un certo punto, poiché la vita mi sembra sempre come un libro, nel quale capisci certi avvenimenti passati solo quando passi alla pagina successiva).

Ci penso, e il pensiero di quest'uomo che vive solo, senza più una vita sua, lontano da tutte quelle cose che rendono più sopportabile la vita di un essere umano, lontano dagli affetti, dall'amore, dalla possibilità di farsi un giro quando è nervoso, di andare al parco a leggersi un libro quando c'è il sole... questo pensiero mi fa venir voglia di piangere e di abbracciarlo, così, anche dallo schermo del televisore.

Io non riesco nemmeo a immaginarmela, la solitudine di quest'uomo, mi manda in pezzi solo se ci provo.

In questo sta la sua grandezza, ancor più che nel coraggio di avere parlato, di non essersi piegato al silenzio imposto per anni in questa maledetta, bellissima terra che è l'Italia, perché se è vero che il sud è il più colpito, io riscontro questa mentalità del silenzio, dell'omertà, del farsi i fatti propri in tutta Italia, in (quasi) tutti gli italiani.

E' un eroe non solo perché ha parlato e non smette di parlare, ma soprattutto perché vive ogni giorno sopportando questo macigno, questa enormità impensabile che è la solitudine, la solitudine più totale e vera.

E allora, grazie a tutti quelli che cercano di farlo sentire un po' meno solo, alla sua scorta, alle persone che pubblicamente lo appoggiano e lo difendono.

E grazie a te, Roberto, con la speranza che le tue parole e il tuo sacrificio non siano gli ennesimi buttati al vento, come spesso succede in questo sciagurato paese.









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